Amare non è giustificare qualsiasi condotta

Leggiamo sul Corriere della Sera una lettera riguardante l’educazione dei figli, alla quale è seguita un’interessante riflessione del Direttore della testata Luciano Fontana.

Partiamo dall’amara constatazione del lettore: un ragazzino infastidisce e insulta un anziano. Quest’ultimo reagisce con parole di rimprovero al padre, segnalando il pessimo comportamento del figlio.

La risposta è agghiacciante, perché l’uomo, anzichè rimproverare a sua volta il ragazzo, dice che all’educazione dovrebbe pensarci la scuola perché “lo manda là per educarlo dato che lui, come sua moglie, lavora e non hanno tempo per educarlo”.

AMARE NON E’ GIUSTIFICARE QUALSIASI CONDOTTA

Il lettore continua:

È l’atteggiamento emblematico di troppi genitori che non solo giustificano la condotta strafottente (quando non commettono di peggio) dei figli, ma prendono a calci e pugni chi tenta di reagire alle provocazioni di questi giovani ineducati gridando che “lavorano e mandano i figli a scuola per essere da essa educati!”. Già, la scuola: essa ha l’obbligo di educare prepotenti a cui i loro genitori consentono di tutto e di peggio?

La premessa è che ci auguriamo che questo sia un caso limite, anche se ci rendiamo conto, nel quotidiano, che il concetto di delega alla scuola è sempre più diffuso.

Lasciamo spazio alle parole del Direttore del Corriere della Sera prima di arrivare alle nostre conclusioni:

Leggiamo e raccontiamo spesso casi di genitori che tentano di giustificare con motivazioni singolari la cattiva educazione dei propri figli. Lo fanno a scuola dando continuamente torto ai professori severi con i ragazzi, trasformandosi in avvocati difensori degli studenti. Quando va bene contestano i docenti, quando va male passano perfino alle mani. Lo fanno a casa rinunciando ai propri doveri di educatori. Ci piace avere sempre l’approvazione dei ragazzi, rinunciando al compito di contraddirli, correggerli quando il loro comportamento è sbagliato. A volte padri e madri si comportano in maniera opposta, lasciando ai figli il compito di preferire l’uno o l’altro. Mi sembra che non ci sia impegno sul lavoro che possa giustificare questa fuga dalla responsabilità educativa che la scuola non potrà mai compensare completamente. Qualche padre e madre — questo è il problema — vuole sentirsi sempre più giovane e solo un amico dei propri ragazzi. Non va bene.

AMARE SIGNIFICA ESSERE FORTI, ANCHE SENZA USARE LA FORZA

Abbiamo più volte condannato atteggiamenti lassisti, sottolineando l’importanza delle regole e del saper dire no. Il che non significa, necessariamente usare la forza, ma piuttosto imparare ad essere forti e coerenti. E’ troppo semplice lasciar correre o giustificare tutto in nome del buonismo dilagante.

Prendiamo anche questa sera come riferimento alcuni illuminanti riflessioni di Vittorino Andreoli nel suo testo Un’educazione im(possibile) edito da Rizzoli. Si tratta di un grido di allarme sull’emergenza che coinvolge le famiglie.

Nonostante il titolo amaro, la parentesi lascia sperare. Andreoli afferma:

Da cent’anni pensiamo solo all’Io: è un gravissimo errore. Dobbiamo cambiare rotta e capire che per essere felici dobbiamo mettere al centro il Noi. La famiglia oggi è scomparsa: non è più una piccola orchestra, ma un luogo dove ognuno suona il suo strumento, una somma di Io separati. Non funziona. Pensavamo che il problema dell’educazione si risolvesse aumentando il numero degli asili. E invece è ancora sulla funzione dei genitori che bisogna puntare.

A questo proposito lo psichiatra suggerisce due strade:

  • bisogna trovare il tempo per i figli. Emblematico il caso in cui Andreoli chiede ad alcuni manager: “Avete telefonato ai vostri ragazzi?”. E loro replicano: “Per chiedere cosa?”. Non possiamo essere autorevoli, se la nostra autorevolezza non parte dalla voglia di crescere insieme.
  • la coerenza ci deve essere sempre: non bisogna essere perfetti, ma tenere una linea comune. Non possiamo pretendere il rispetto delle regole se noi per primi non ci assumiamo la responsabilità di farle rispettare come famiglia, diventando un punto di riferimento, con valori condivisi.

Bontà non significa buonismo. Mai. E’ questo il dovere che abbiamo nei confronti dei figli che stiamo crescendo: togliamoci le fette di salame dagli occhi.