Autistici e felici: si può

Per la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo è d’obbligo una riflessione per tutti coloro che vivono in un mondo che si evolve e del quale vogliamo analizzare anche gli aspetti meno colorati e sfavillanti. Questa volta la riflessione parte dall’esperienza personale, in quanto giovanissimo membro del Consiglio Direttivo di una comunità alloggio per disabili, quindi direttamente coinvolto sul tema. Che spessissimo viene travisato, distorto, non compreso.

Se n’è ricordato persino il Governo Italiano (http://www.governo.it/approfondimento/giornata-mondiale-della-consapevolezza-dell-autismo), per cui noi proprio non potevamo esimerci.

Migliorare si può…

Visto che è una giornata della consapevolezza, è bene spendere qualche parola sull’Autismo. Si tratta di un disturbo pervasivo dello sviluppo, con sintomi nelle tre aree della comunicazione, della relazione e del comportamento. Se volete una definizione più tecnica, consultate Wikipedia, la cui pagina è ben fatta (anche se trascura gli sviluppi più recenti): https://it.wikipedia.org/wiki/Autismo. Sono elencati anche i criteri diagnostici.

Cosa aggiungere? Innanzi a tutto: pur essendoci tre aree disturbate e deficitarie, bambini e adulti autistici provano emozioni, hanno interessi, motivazioni, abilità e debolezze esattamente come tutti gli altri. Così, uno di loro potrebbe essere un gran cavallerizzo ma avere paura dell’acqua e un altro un abile cuoco pur non sapendosi allacciare le scarpe. Nel corso degli anni si sono sviluppati numerosi modelli di intervento per cercare di integrare chi soffre di autismo nel mondo potenziandone le abilità. Molti sono validi, anche se i passi da fare sono ancora tanti. Sicuramente l’intervento specialistico, quanto più precoce, può portare a significativi miglioramenti.



…ma non dimentichiamoci del benessere e della felicità

Spesso chi a a che fare con ragazzi “speciali”, disabili – o in condizioni diverse da quelle della maggioranza della popolazione – mette in primo piano la risoluzione dei problemi di natura sociale che costoro potrebbero arrecare. Questo è vero tanto più quando si parla di autismo. Molti interventi mirano ad una sorta di addestramento alla vita e ai compiti di tutti i giorni, rinforzando le abilità utili e riducendo l’influenza dei cosiddetti “comportamenti problema”. 1458911736_giornata-2016-1024x735.jpg_1064807657

Questo approccio è necessario ma non sufficiente, utile eppure non rispettoso ne definitivo, in quanto mette al centro non la persona ma l’esigenza del buon vivere sociale. Quello che più mi secca è vedere ragazzi trattati ottimamente dai vari specialisti, senza però che nessuno si ricordi che sono persone e che come tutti noi hanno diritto ad un’esistenza felice ed appagante. Il principio vale per le famiglie come per le strutture residenziali: anche un soggetto autistico può essere felice, nel corso del mio lavoro ho collezionato tanti sorrisi che ne sono la prova, tanti piccoli siparietti di vita quotidiana che mi convincono sempre di più di questa verità. E’ difficile, dannatamente difficile: questo perché dobbiamo evitare che la sua felicità ci sfasci la casa, che colpisca i vicini sotto forma di oggetto contundente o che si trasformi in un tuffo ghiacciato in un lago a gennaio. Se all’educatore è richiesta abilità nel guidare verso la serenità un bambino, qualora quel bambino sia autistico l’abilità raddoppia. Però è possibile!

Cosi, oggi mi va di dire: l’educazione alla felicità non viene meno quando si ha a che fare con l’autismo, anzi, dovrebbe essere la primissima istanza, perché spesso si tratterà di persone la cui vita avrà dei limiti. Se non siamo noi i primi ad impegnarci affinché possano vivere sereni, chi altro può farlo?

Matteo Princivalle