I bambini e la diversa abilità. Significati e stereotipi

I bambini e la diversa abilità. Significati e stereotipi  

Dott. Jacopo Casiraghi – Psicoterapeuta sistemico-relazionale, familiare, di coppia, individuale.

 Il nostro cervello tende a semplificare la realtà.

È un modo per sopravvivere e se vogliamo anche per agire in modo più efficace, finalizzati verso lo scopo o l’obiettivo che ci si pone dinanzi, sia esso un impegno professionale o una serata con gli amici. Semplificare e filtrare le informazioni è una competenza evolutiva duramente appresa: me lo immagino il nostro primo predecessore con una clava in mano (mi prendo qualche libertà poetica) cercare di capire cosa raccogliere e mangiare, dinanzi al vasto modo. Così tante cose da guardare, sentire, odorare, toccare. Si rischia di rimanere congelati sul posto, di morire d’inedia per così dire. Troppe informazioni: la vita è complicata, il nostro cervello ha imparato a filtrare solo quelle più utili (o a prestare attenzione a quelle più minacciose).

Nel processo di filtrazione e semplificazione si paga uno scotto: la stereotipizzazione. Uno stereotipo è una attribuzione di significati diffusa e condivisa (sociale), semplificata, un concetto astratto che ci permette di maneggiare “la complessità del reale”. Gli stereotipi possono favorire i giudizi a priori (il pregiudizio) che a sua volta altro non è che un ulteriore modo “immediato” per fronteggiare la complessità, l’inaspettato. Un pregiudizio può avere una connotazione negativa dato che spesso è inesatto e superficiale o si basa su stereotipi falsi e viziosi.

Al cervello non piace quello che è “fuori dall’ordinario”. A parte alcuni di noi, così curiosi o coraggiosi da cercare sempre nuove sfide, di norma ci accontentiamo di vivere nel nostro “cortile”. Amiamo andare nel solito ristorante, percorrere le stesse strade, vincere le sfide che siamo soliti affrontare (alcuni videogiochi ad esempio sono costruiti su queste basi: una sfida abbastanza interessante da incuriosirci ma non così complessa da frustrarci: ebbene sì, ci piace vincere facile!). Questo non significa che ogni tanto non apprezziamo una ventata di novità, ma spesso in modo controllato e contingentato. All’opposto se siamo in una situazione in cui tutto è nuovo spesso, inconsciamente, cerchiamo modi per ritrovare le nostre abitudini, rituali della buona notte che ci tranquillizzano e ci fanno sentire a casa, persino se siamo dei globe-trotter (ed ecco spiegato perché gli italiani all’estero dopo qualche giorno cercano un piatto di spaghetti!)  13115411_10154259728632369_1075693425_n

Per questo con i bambini è importante aiutarli a costruire una vita regolare, routinaria, dove l’inaspettato può essere controllato. Da un lato dovremo essere abbastanza bravi da introdurre novità e stimolare la curiosità, dall’alto dovremo sincerarci che il bambino sappia cosa gli succederà domani e dopodomani. A nanna alla stessa ora, a scuola nella stessa classe. Sono concetti educativi largamente condivisi anche se, a volte di difficile applicazione.

Ma sto divagando. Se al cervello piace poco quello che è “diverso” dal solito come pensate reagisca quando osserva una cosa tanto fuori dagli schemi quanto una disabilità?

Il concetto di “diversa abilità” ha subito, per fortuna, negli anni una profonda trasformazione.

Da menomazione ad handicap, da disabilità a diversa abilità. Oggi uno dei termini più corretti è “persona diversamente abile”. Le parole danno significato all’esistenza. Se incontrollate scolpiscono stereotipi e fomentano il pregiudizio. Per questo parlare di “bambino handicappato” (menomato, gli manca qualcosa) è diverso che dire “bambino diversamente abile” (ha una diversa capacità che la società dovrebbe essere in gradi di valorizzare e riconoscere). Non si tratta di essere “politically correct” (binomio che mi disgusta al solo scriverlo) si tratta invece di invertire il processo di semplificazione della percezione e elaborazione delle informazioni “un bambino sulla sedia a rotelle non potrà fare delle cose, avrà dei limiti” nell’arricchente “un bambino sulla sedia a rotelle potrà fare delle cose in altra maniera, forse ne farà di diverse, forse ancora  non le farà affatto se lo consideriamo un disabile”. Spesso ai convegni cui partecipo la mia prima slide ricorda che la “disabilità” è negli occhi di chi guarda non di chi la vive. Non si tratta di retorica: i limiti li vedono gli adulti prima dei bambini e sono loro (a volte) ad insegnare ai figli diversamente abili che essere diversi è “una brutta cosa”, che dovranno fare dei sacrifici, che la loro vita sarà destinata alla sofferenza.

D’altronde è vero: la loro vita sarà diversa, ma in quale direzione e con quale accezione è tutto da scoprire e co-costruire in ottica familiare e sociale.13081857_10154259728662369_1119615205_n

La prima cosa che domando agli insegnanti di bambini diversamente abili non è quello che “non riescono a fare” tali ragazzi ma le risorse che possiedono, cosa possono fare in più, o uguale agli altri eseguito in modo diverso. Per questo ad una bambina in carrozzina dico senza vergogna che lei può ballare. Lo farà a suo modo, nella sua maniera.  Non posso tornare a farla camminare ma possiamo insegnarle che un limite può essere o diventare una risorsa. Che poi è la base di qualsiasi psicoterapia che miri al cambiamento.

Lavoro con bambini affetti da Atrofia Muscolare Spinale. La SMA è una patologia genetica che li rende deboli dal punto di vista muscolare ma lascia intatto, perfetto (qualcuno dice persino più combattivo) il loro cervello. Con questi bambini è (quasi) facile trasformare il limite percepito per “semplificazione e stereotipia” in risorse concrete prodotte ed emergenti da una osservazione attenta e specifica della situazione. La carrozzina (“la panterina”) per un bambino di due anni può essere una grande risorsa, l’oggetto che finalmente lo porta ad esplorare il mondo ad essere autonomo e libero. Negli occhi di un adulto invece può diventare il segno, lo stigma della malattia, della disabilità della sofferenza.

In che modo vogliamo insegnare ai nostri figli questa sottile (e allo stesso tempo grande) differenza, il diverso modo in cui il medesimo oggetto può essere visto?

Alla festa di compleanno di un bambino con la carrozzina consiglio di organizzarsi in modo che anche gli altri piccoli ospiti possano fare “una corsa” sulla sedia a rotelle o una mosca cieca usando “le ruote”. La carrozzina finché è qualcosa di diverso, raro, poco noto, ci farà paura, accenderà nella nostra testa gli stereotipi, ci porterà a vedere il limite. Sperimentarla, toccarla, farla entrare nella nostra vita ci permetterà di guardare quella specifica diversa abilità in modo diverso. Probabilmente più costruttivo.

È un processo facile? Affatto, perché fra l’alto si contrappone all’abitudine del nostro cervello di semplificare. È un percorso a tratti doloroso perché fa parlare di cose che fanno paura, che vorremmo dimenticare (la malattia di un figlio), che mette a nudo le nostre anime.

In che modo parlare di questo ai propri figli? Come fare a parlare di malattia o diversa abilità ad un bambino? È lecito farlo? A che età? E  con che accezione di significato? Nel prossimo articolo proverò a dare qualche risposta a riguardo.