Bambini che fanno rumore al ristorante

Che un cameriere sia aggredito da un gruppo di genitori per aver suggerito loro di tener buoni e calmi i propri figli al ristorante (Repubblica, 28 novembre 2017, ma ci sono svariati precedenti) fa riflettere. Riflettere e preoccupare. Abbiamo già parlato del fenomeno dei cosiddetti “genitori spazzaneve“, ma qui si dovrebbe parlare di veri e propri “genitori carro armato”.

Non ci occuperemo dell’utilità o meno di portare i bambini al ristorante (spesso, per loro, è soltanto un tormento, e nemmeno i grandi possono godersi la cena tranquilli) ma piuttosto sul ruolo educativo di chi sta al di fuori della famiglia. Ad esempio, un cameriere.

L’IMPORTANZA DI UN “AMBIENTE EDUCATIVO”

Un tempo nessuno si sarebbe permesso di alzare un dito se un estraneo avesse rimproverato un bambino troppo rumoroso, o maleducato, o semplicemente molesto. Dall’anziano malmostoso dell’alloggio vicino al panettiere, i rimproveri ai bambini capitavano. L’interpretazione di quel rimprovero si lasciava al genitore e al bambino, che però rimanevano in silenzio. Era tuttavia un feedback prezioso. Adesso, la tendenza si è invertita: nella foga di proteggere i figli, alcuni genitori non esitano a scagliarsi contro chiunque sia visto come una potenziale minaccia.

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Eppure, queste reazioni sono dannose per il bambino molto più del rimprovero: evitandogli l’ostacolo, la critica, il rimprovero, lo si deresponsabilizza. È come dirgli: puoi fare quello che vuoi, sei perfetto così. Sono gli altri a doverti cedere il passo. Del resto, pensare che il bambino sia “portatore di perfezione” è un errore diffuso in educazione, dimenticando invece che il bambino è un cucciolo. Ha un potenziale immenso in sé (lo stesso che aveva riconosciuto Maria Montessori) ma questo non significa che non ci vada fermezza nei suoi confronti.

RISCOPRIAMO IL RUOLO DI CHI STA AL DI FUORI DELLA FAMIGLIA

Alla base di questi comportamenti c’è un fenomeno sociale: si è sgretolato l’ambiente educativo, quella società che, in qualche senso, modellava i comportamenti e offriva un esempio di comportamento. A volte più giusto, altre volte semplicemente conformista; eppure, riusciva perfettamente a preparare alla vita.

Ad oggi la situazione è diversa: da un lato, l’avanzare delle scienze educative hanno segnato un divario tra “chi sa educare” e “chi fa altro” (cosa che in passato non era percepita), dall’altro, le famiglie hanno inteso in modo sempre più esclusivo il proprio ruolo educativo. Questo dato è emerso in modo forte nella discussione intorno ad una nostra riflessione sul fatto che la famiglia non dovrebbe intromettersi nelle regole della scuola. L’obiezione di diversi lettori è stata: “e la scuola non dovrebbe intromettersi nelle regole della famiglia”.

La risposta è eloquente: i ruoli educativi sono sempre più separati, intesi in modo esclusivo. Una visione povera, ma soprattutto pericolosa. La soluzione non è facile, però qualcosa potremmo farlo tutti: smettiamo di considerare “gli altri” una minaccia. Le loro critiche, se scegliamo di accoglierle, possono arricchirci molto più di una reazione difensiva.

QUESTI ATTEGGIAMENTI DEI GENITORI HANNO CONSEGUENZE

Questo atteggiamento di protezione, si scontra con un mondo che la pensa in tutt’altro modo. Con esso, i ragazzi faranno i conti più avanti, totalmente impreparati. Ecco una possibile spiegazione per il crescente disagio giovanile (sul quale, comunque, la scienza sta indagando; non prendiamo le analisi per certezze): l’eccesso di cura e protezione genitoriale. Fermezza che non può essere al 100% di competenza dei genitori, ma che va distribuita su tutti gli agenti educativi: scuola, famiglia, ambiente sociale. E proprio l’ambiente, che un tempo insegnava tanto, si sta perdendo: ormai, persino il vicino di casa è visto come una “fonte di violenza” da cui tutelarsi.

E dove i bambini si proteggono in questo modo, arrivando all’assurdo di scagliarsi contro l’obiezione o il rimprovero di un esercente, si arriva alla reazione opposta: quella degli imprenditori, che cominciano ad apporre un cartello fuori dalla porta del loro locale, con la scritta: “I bambini non possono entrare”. Come i cani. E, forse, ce lo meritiamo.

a cura di Matteo Princivalle