I bambini e la morte. Non è una favola, ne parliamo con uno psicologo

Mi chiamo Jacopo Casiraghi e sono uno psicoterapeuta sistemico e della famiglia. Le tre grandi specializzazioni post-lauream di psicologia, divise per metodologia e autori di riferimento sono in estrema sintesi (e grossolanamente, non me ne voglia alcun collega che legge queste righe) l’approccio psicodinamico (lettino e Freud, avete presente?) quella cognitivo comportamentale (“hai paura di volare? Andiamo insieme sull’aeroplano!”) e proprio l’approccio sistemico/della famiglia reso celebre negli anni ’80 dalla scuola di Milano, ovviamente poco conosciuta nella città meneghina e ancora meno in Italia ma molto nota e apprezzata nel resto del mondo come “Milan Approach”.



Ovviamente in quanto psicoterapeuta mi piace ascoltare la gente, sono curioso e spesso rompiscatole. Non amo le etichette diagnostiche e la psicologia del senso comune, né l’interpretazione psicologica ad ogni costo. Non amo neppure il concetto (tanto abusato) di trauma perché cristallizza, congela la sofferenza di oggi ad un dato momento avvenuto e non più cancellabile. “Suo figlio ha degli attacchi di panico perché [poverino] è stato adottato”: difficile per me accettare una frase di questo tipo. Intanto perché i rapporti di causa – effetto non sono mai così semplici e poi perché se anche l’ipotesi fosse vera non produrrebbe alcun cambiamento. All’adozione, un dato di fatto, non si può “porre rimedio”.

Perciò, in effetti, assumo una posizione scomoda. Invece di “semplificare”, preferisco “complicare”, invece di cercare i rapporti di causa-effetto sguazzo nella circolarità degli eventi e di fatto preferisco evitare di giudicare o di assegnare facili (per lo psicologo) etichette per cercare, all’opposto, di produrre cambiamento. Questo lo scrivo per permettervi di capire con chi avete a che fare e, nel caso, per aiutarvi ad evitare i mie articoli se questa premessa vi ha infastidito! 

Rispetto ai bambini e ai nostri figli, un tema ad esempio che mi è caro è la morte.

Confrontandomi con amici medici e colleghi emerge quanto in questo primo millennio parlare di morte sia diventato tanto, forse troppo difficile. Nei programmi per bambini la parola è bandita persino. E in alcune famiglie non si sa più come parlare di morte.

All’asilo di mia figlia è morto una maestra. DOPO è stato chiamato un esperto per parlare di morte ai bambini. Sembra che chiudere il cancello dopo che le mucche sono scappate sia rimasto di moda.

In che modo parlate di morte ai vostri bambini? Come spiegate loro che la vita non dura in eterno, che si può morire, che la vita ha valore proprio perché un giorno potrà finire? In che modo date significato ad un avvenimento che senso non sembra averne, neppure per un adulto? E voi che esperienza avete della morte? In che modo essa vi ha segnato, ferito, fatto crescere o spaventato?

Soldatino con topo

Cosa suggerisce internet rispetto alla morte? Da una rapida ricognizione degli articoli online parrebbe che le risposte da dare “nel modo giusto” siano le più gettonate, con qualche facile riferimento relativo al fatto che “se uno ha fede è più facile”.

Io, come spesso dico ai genitori che incrocio, ritengo che il problema non sia come dare la risposta ma permettere, creare cioè il contesto più adeguato, perché il bambino possa fare la domanda. E perché un bambino possa fare una domanda su una cosa che è misteriosa  e paurosa come la morte è necessario costruire un rapporto di fiducia e cominciare a parlare della vita e della vita che finisce, prima, se possibile, che sia defunto qualcuno di caro. Far leggere Stilton o altri libri per bambini non vi sarà di alcun aiuto a riguardo, sapete? Siamo noi adulti ad avere censurato la morte per primi, a pretendere che il pianto non esista. A cercare di fare in modo che nulla di male incroci i nostri figli, condannandoli però ad una infanzia senza “anticorpi” emotivi.

Ritengo invece che valga la pena prendere un po’ di coraggio, e raccontare magari una favola che parli della morte e delle cose brutte che possono succedere. Ci sono tante favole che parlano della morte e della perdita. Il Soldatino di stagno di Andersen (la versione originale non quella zuccherosa che ci sciorinano oggi) è un esempio assolutamente ottimo: si parla di sfida, di perdita, di morte comunque ma insieme, d’amore. Provate a leggerla!




L’obiettivo nel raccontare cose tristi o brutte non è ovviamente spaventare, ma mostrare ai nostri figli che siamo noi per primi a non aver paura, che possono domandarci quello che desiderano e che la mamma e il papà sono al loro fianco, non solo quando si ride, ma anche quando si piange.

Parlare di morte “traumatizzerà mio figlio?”. Assolutamente no, a meno che non lo facciate leggendogli Stephen King o davanti ad un episodio di Creep-Show (e anche in questo caso dipende dall’età del vostro pargolo). È molto più traumatizzante pensare che la morte non esista, che i cattivi vengano “eliminati”, o che il pesciolino Nemo sia davvero figlio unico senza una madre (quanti di voi partono dal secondo capitolo quando mostrano Nemo ai propri figli?) e poi dover fronteggiare, senza armi emotive, la vita che finisce.

“Posso portare mio figlio ad un funerale?”. Sì certo, non si tratta certo di una festa e andrà preparato, spiegando di cosa si tratta e perché è importante partecipare, ma in linea di massima i funerali non sono tabù, come non lo sono i cimiteri. Certo fra un film al cinema o una gita al Monumentale vi suggerirei la prima, ma anche qui dipende dal film che avete scelto.

E se il dolore è molto forte?

Se i genitori sono tanto sconsolati da non riuscire a trattenersi persino? Piangete se potete. Non vergognatevene. In effetti spesso domando: a casa vostra è permesso essere tristi? È possibile piangere insieme a vostro figlio? Perché io ai bambini che devono essere sempre felici non ci credo. Con buona pace di chi suggerisce antidepressivi come caramelle.

Ovviamente a queste indicazioni di massima suggerisco come sempre una certa cautela: ragionate se potete pensando al contesto in cui siete immersi e alla reale situazione che state attraversando. Confrontatevi con le persone che amate e se proprio vi incastrate contattate uno psicologo. Per quanto certi post su Facebook facciano pensare il contrario, dare il consiglio più giusto senza conoscere i reali fatti e capire la reale situazione contestuale e relazionale è davvero impossibile.