Motivati si nasce. E si diventa

I bambini si mettono alla prova? Hanno il desiderio di competere e cimentarsi nelle sfide? Come possiamo aiutarli? Scoprite qualche curiosità sull’approccio del bambino verso il mondo e i nostri suggerimenti per farlo crescere sicuro di sé e determinato.



“Sarò il padrone del mondo”

Le persone, a partire da una motivazione detta “di effectance”, fanno numerosi “tentativi di padronanza”. Ovvero, si mettono alla prova con compiti di varia natura per sperimentare le proprie abilità e ottenere risultati positivi. Si tratta di un bisogno universale, quello di sentirsi capaci e competenti in qualcosa, chiunque di noi lo avrà sperimentato numerose volte. 

Questi tentativi possono ricevere dai genitori e dall’ambiente sociale approvazione o rifiuto. Un bambino che venga sostenuto e incoraggiato interiorizzerà questa motivazione, acquisendo fiducia in se stesso e liberandosi dal bisogno di approvazione. Crescerà cioè con la sicurezza che sperimentare il mondo sia una cosa bella e punterà sempre più in alto, cercando di migliorare le proprie competenze.
Al contrario, un bambino che venga scoraggiato nel corso dei suoi tentativi svilupperà un bisogno di approvazione dall’esterno, perderà fiducia in se stesso e nelle proprie potenzialità; in altre parole, tenderà a puntare al minimo risultato e al minimo sforzo pur di far vedere agli altri che è bravo.

CURIOSITA’: la risposta ai tentativi di padronanza è spesso involontaria e inconsapevole da parte di chi è vicino ai bambini. Questo per la semplice ragione che il più delle volte, presi dai nostri mille impegni e dalle tante distrazioni, non ci rendiamo conto che il bambino sta sperimentando, si sta mettendo alla prova.

La sfida perfetta

Secondo la teoria della motivazione di cui abbiamo parlato, i tentativi di padronanza vengono raggiunti attraverso sfide ottimali (challenge, o quest per gli appassionati di videogiochi); queste sono delle competizioni tra il Sé e il compito, che però viene controllata dalla persona, libera dal giudizio dell’ambiente.
Per intenderci: se io voglio dimostrare a me stesso di essere un buon disegnatore, proverò a fare uno schizzo del mio cane, che tuttavia terrò per me; se al contrario un’altra persona mi chiede di disegnarle lo stesso cane, subentreranno l’ansia e la paura di fallire o deludere le aspettative.

Questo concetto è legato all’approvazione dei tentativi di padronanza: quanto più il bambino è motivato ed incoraggiato tanto più riuscirà ad estendere il concetto di sfida ottimale ai casi della vita.

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Incoraggiare i tentativi del bambino è importante, ma non è tutto. Ciò che l’adulto approva o disapprova non sono solo i risultati ottenuti, ma soprattutto i tentativi di agire autonomamente. Dire al bambino: «Lascia stare, ci penso io» significa vanificare il suo tentativo facendolo sentire impacciato e inadeguato alla situazione. Questo costituisce un freno potente allo sviluppo della motivazione di effectance.

Quindi, cominciamo con la buona abitudine di evitare «A me riesce meglio», «Faccio più in fretta» e simili, concediamo ai piccoli un po’ di spazio. Vero è che nella frenesia confusa delle nostre vite spesso siamo troppo stanchi o distratti per pensarci o per star dietro a un bambino in modalità “sperimentatore”, ma i nostri sforzi saranno ricompensati.

CURIOSITA’: incoraggiare è bene, ma talvolta può essere utile far notare al bambino gli errori che sta commettendo; in questo caso, è utile far notare la cosa senza però dare un giudizio di merito «Hai sbagliato!» ma ponendo l’accento proprio sul problema nel compito «Guarda, questo numero» è sbagliato «Dobbiamo correggerlo». Questo stratagemma, utilizzato anche dal sistema Montessori, evita che il bambino si scoraggi e mantiene in lui il desiderio di portare a termine la sua sfida.

Questo articolo riprende studi scientifici e ricerche tratti da: De Beni et al., Psicologia della personalità e delle differenze individuali, Il Mulino, 2008, con l’intento di fornire informazioni e approfondimenti sull’infanzia e sullo sviluppo dei bambini. Benché vi siano autori e teorie in disaccordo con quanto proposto, numerosi dati empirici supportano la veridicità di quanto affermato. Nello specifico, mi sono rifatto al modello di White [1959] e di Harter [1978].