Cambiate prospettiva: da parent-think a family-think

Una famiglia è un’unità composta non soltanto da bambini, ma da uomini, donne, a volte un animale, più il raffreddore.

E’ una frase di Ogden Nash, un poeta statunitense che poco c’entra con l’educazione e la famiglia, ma che in poche parole ne delinea uno spaccato alquanto verosimile.

Chiunque ha avuto la gioia di diventare genitore, lo sa perfettamente: avere un bambino significa molto più che diventare mamma o papà. Vuol dire cambiare radicalmente e spesso inaspettatamente la propria vita, instaurando legami e relazioni nuove, in continua evoluzione. Una famiglia è soprattutto cambiamento, progressione costante: per questo è importante pensarsi come parte di un percorso. Come fare ad essere partecipanti fattivi di un’avventura così sfidante?

Oggi prendiamo spunto da alcuni scritti di Tracy Hogg, celebre autrice del libro Il linguaggio segreto dei neonati. Si tratta di una guida che spiega come sintonizzarsi, osservare, ascoltare dal punto di vista del bambino. In alcune opere successive, l’autrice allarga la prospettiva, invitandoci a considerare una situazione più complessa: e se invece provassimo a sintonizzarci, osservare, ascoltare e capire dal punto di vista della famiglia nel suo insieme?

Imparare a spostare la prospettiva dal parent-think, ossia pensare sempre come genitori, con i bambini al centro di tutto, al family-think, dove la famiglia è in primo piano, significa operare una piccola, benefica, rivoluzione. Tutta la famiglia è importante, non soltanto il bambino (o i bambini). Secondo questo approccio, tutti svolgono un ruolo all’interno della squadra, ciascuno secondo la propria età e le proprie capacità.

Sappiamo benissimo che non è facile applicare il family think a tutti gli impegni che si susseguono nella quotidianità. Non sempre è possibile fare squadra con i bambini ed alcune responsabilità di adulti non possiamo condividerle con loro. Spesso però ci troviamo a pensare “da genitori” perché siamo troppo abituati a concepire noi stessi esclusivamente come individui: siamo troppo concentrati sui figli o chiediamo troppo poco ai nostri figli. Sono tre risvolti dello stesso problema: la mancanza di un dialogo costruttivo che porti alla collaborazione. Come fare? Ci sono due sfere su cui possiamo lavorare per migliorare questi aspetti della vita in famiglia.

Art: Mariana Kalacheva

METTIAMO IN PRATICA IL “FAMILY THINK”

Abbiamo più volte ribadito l’importanza della lentezza nella vita dei bambini. Peccato che spesso ce ne dimentichiamo noi adulti! Sono i genitori, per primi, a dover rallentare, anche se è più facile a dirsi che a farsi. Tracy Hogg suggerisce di lavorare sulla consapevolezza e sulla pazienza.

Consapevolezza significa vedere le cose nel loro insieme, utilizzando questa sensibilità per guardare avanti, analizzare e pianificare. Bisogna imparare a capire cosa è piacevole per ciascun membro della famiglia e come allineare i desiderata. In questo senso aiuta moltissimo la negoziazione: ognuno di noi deve essere fermo, ma saper arrivare al compromesso se necessario.

L’altro punto cruciale è la pazienza: dono prezioso e spesso dimenticato o sepolto tra mille stress e impegni. Hogg sostiene che avere una famiglia significa affrontare ogni giorno un melodramma, in cui i problemi non si risolvono istantaneamente, ma richiedono comunicazione, empatia ed esempio sul medio-lungo termine.

COACHING CREATIVO: VIVA IL CAMBIAMENTO

La vita è composta, per grandi e piccini, da una serie di rischi e difficoltà. Un buon modo per allenarsi ad affrontarle insieme è “fare le prove del cambiamento”, ovvero allenarsi alle situazioni nuove e a sviluppare capacità di adattamento. Come fare?

Hogg paragona una “prova di cambiamento” al nuoto in acqua bassa (un contesto meno minaccioso, più gestibile che non avventurarsi nell’oceano). Per insegnare a fare qualcosa di nuovo, servono passaggi graduali.
Se vogliamo che nostro figlio svuoti il bidone della spazzatura, dobbiamo partire dal cestino della carta. Nel farlo, se succede qualche imprevisto, tipo far cadere la spazzatura, bisogna evitare prediche, incoraggiandolo a migliorare.

Insegniamo che la responsabilità può essere, oltre che motivante, anche divertente. Se riusciamo ad individuare dei metodi per spezzare la monotonia quotidiana, è probabile che adulti e bambini siano più propensi a collaborare. Assegnate piccoli compiti, ma date a tutti dei momenti di libertà o, di tanto in tanto, annunciate una sorpresa (banalmente, “Stasera mettiamo i piatti di carta e ordiniamo una pizza!). Siate creativi.

Vi raccontiamo un episodio paradossale, ma che serve a capire fino in fondo il concetto. Hogg racconta che una mamma con cui aveva lavorato come puericultrice una tantum istituiva “La serata dei porcellini”: si faceva una cena a base di finger food, senza usare le posate. Altre volte giocava a “Facciamo finta che la mamma sia …” e si inventava un modo per far sì che i figli la aiutassero nelle incombenze di casa, sempre sotto forma di gioco.

Sicuramente non è un approccio adatto a tutti, ma allenarsi a cooperare e a pensare davvero come squadra e non solo come genitori e figli, può sicuramente aiutarci nella crescita personale,i aiutando i bambini nel loro percorso verso l’indipendenza.