Categoria: glossario

Educare significa far riscoprire la vita

Due riflessioni che prendono le mosse dal pensiero di Vittorino Andreoli, noto psichiatra e scrittore italiano sul senso dell’educazione. Perché, al di là dei metodi (che sono tutti, ugualmente limitanti, pur avendo svariati pregi) rimane il dilemma di capire cosa significhi educare.

EDUCAZIONE COME SCOPERTA DELLA VITA

“Il primo requisito per rendere possibile l’educazione è far scoprire la vita e la sua bellezza”.
Vittorino Andreoli

Questo passaggio è il più difficile: la vita e la bellezza, infatti, sono straordinariamente complesse. L’educazione moderna, spesso, semplifica fino all’eccesso. Prendiamo un esempio: quando parliamo di sviluppo sensoriale, pur toccando un tema nodale all’interno dello sviluppo psicologico, non possiamo dimenticare che ci sono infinite altre sfere della persona e della sua crescita bisognose di attenzione. Il rischio dell’educazione moderna è quello di risultare sbilanciata, a favore di alcuni elementi quali sensorialità, socialità, logica. Sono elementi essenziali, è vero, ma lo sono anche tutti gli altri.

Il Prof. Andreoli si sofferma spesso sul tema dell’unicità dell’uomo, che va considerato nel suo insieme, in termini olistici: non possiamo ridurlo ad una sequenza di sintomi (per quanto attiene alla psichiatria), comportamenti o linee di sviluppo.

Dunque, nello sforzo di educare, dovremmo innanzitutto trasmettere il nostro amore per la vita, la nostra ricerca per la bellezza. Inevitabilmente chi farà propri questi elementi li modificherà; alle volte saranno stravolti rispetto a come noi li intendevamo. Eppure, se saremo riusciti a trasmettere la passione, il nostro sforzo sarà produttivo.

EDUCAZIONE COME RELAZIONE

“L’educazione è una relazione tra due persone di generazioni diverse. Un buon educatore deve essere fragile. La fragilità è la forza della relazione”.
Vittorino Andreoli

Questo passaggio è particolarmente significativo per comprendere come l’educazione non si possa limitare ad una staffetta di valori. Educare significa accettare il rischio di mescolare i propri valori con quelli dell’altro, di contaminarsi. Non possiamo in alcun modo educare se rinunciamo a comprendere il mondo dell’altro; questo è specialmente valido quando si parla di adolescenza, oppure di relazioni difficili.

Prima di Andreoli, un altro grande (tra i tanti) aveva trattato il tema della relazione nei termini della fragilità: Antoine de Saint-Exupéry; ne “Il Piccolo Principe”, infatti, il dialogo con la Volpe, mette proprio in evidenza come le relazioni siano qualcosa che ha a che fare con la fragilità della nostra natura, capaci anche di fare soffrire; le relazioni si costruiscono giorno dopo giorno, un mattoncino sopra l’altro. E ogni tanto, inevitabilmente, qualcuno di essi cede.
Proprio la lettura (e rilettura) di questo testo può aiutarci a capire meglio l’importanza della fragilità, intesa non come debolezza ma come consapevolezza.

NOTA: le citazioni contenute in questo passo sono “riadattate” mettendo insieme alcuni stralci dell’intervista che Andreoli ha rilasciato a febbraio 2017 al SIR (Servizio Informazione Religiosa) e che potete leggere integralmente qui.

Educazione ambientale per la scuola primaria: schede, idee e progetti

Educazione ambientale

L’educazione ambientale comprende tre grandi temi, legati fra loro:

  • L’inquinamento
  • Il cambiamento climatico
  • La tutela dell’ecosistema e della biodiversità

Perché è importante l’educazione ambientale?

  • Perché dobbiamo ridurre l’inquinamento? Per cominciare, l’inquinamento causa il cambiamento climatico e riduce la biodiversità. Inoltre, alcune sostanze inquinanti contribuiscono all’effetto serra; altre sono velenose o mortali per gli animali e i vegetali. Infine, l’inquinamento è pericoloso anche per l’uomo: lo smog, ad esempio, causa numerose malattie.
  • Perché dobbiamo contrastare il cambiamento climatico? Perché il cambiamento climatico rende più frequenti e più distruttive le catastrofi naturali (alluvioni, cicloni, grandinate, siccità estrema); inoltre, se la temperatura sulla Terra, molte terre diventeranno troppo calde e secche o troppo umide per ospitare la vita.
  • Perché dobbiamo tutelare l’ecosistema e la biodiversità? Perché non possiamo sopravvivere in un ambiente povero di specie viventi. Per esempio: la metà delle medicine che utilizziamo per curarci vengono ricavate da specie vegetali o animali; se queste dovessero estinguersi, rimarremmo senza farmaci. Ecco un altro esempio: oltre un terzo di ciò che mangiamo è prodotto grazie agli animali impollinatori (api, mosche, farfalle, pipistrelli, etc.). Se questi animali dovessero estinguersi, trovare cibo diventerebbe molto più difficile.

Qual è lo scopo (vision) dell’educazione ambientale?

  • Insegnare perché è importante tutelare l’ambiente (mentalità attenta all’ambiente e alla sua tutela).
  • Educare a compiere azioni sostenibili (formazione di buone abitudini e predisposizione ad agire in modo sostenibile).

Quali sono i mezzi (mission) dell’educazione ambientale?

  • Pensiero critico: 1) Leggere testi scientifici e racconti basati sui fatti, 2) Riflettere insieme su quello che si è letto
  • Educazione pratica: 1) Mettere in pratica certe azioni in classe (utilizzare la borraccia al posto delle bottiglie di plastica), 2) Assegnare come “compiti a casa” azioni sostenibili (raccolta differenziata).

Progetti di educazione ambientale per la scuola primaria

Progetto 1: Salviamo le api

Questo progetto ha come obiettivi: 1) Quello di far comprendere ai bambini l’importanza degli insetti impollinatori per la biodiversità e per la vita umana e 2) Quello di insegnare alcune buone pratiche per salvaguardare questi insetti.
Età: il progetto è adatto ai bambini a partire dalla classe terza della scuola primaria.

  • Per cominciare, si legge ad alta voce la favola “Il Bruco Mangianoia e l’ape”, che trovate qui.
  • Successivamente, si spiega ai bambini come avviene l’impollinazione e il ruolo degli insetti impollinatori. Potete usare questa scheda di riferimento.
  • Infine, si progetta e si realizza (si può fare anche individualmente, a casa) una piccola aiuola salva-api, utilizzando questa scheda di riferimento.

Progetto 2: Comprendere gli effetti del riscaldamento globale

Questo progetto ha come obiettivi: 1) Far comprendere ai bambini gli effetti drammatici del cambiamento climatico, 2) Offrire alcune informazioni scientifiche sull’effetto serra e sul riscaldamento globale, 3) Insegnare alcune buone pratiche per fare la nostra parte nel contenimento di questo fenomeno.
Età: il progetto è adatto ai bambini a partire dalla classe terza della scuola primaria.

  • Per cominciare, si legge ad alta voce la storia di Jed e Billa, che trovate qui.
  • Successivamente, si affronta il tema del cambiamento climatico. Potete usare questa scheda di riferimento.
  • A questo si aggiunge l’effetto serra, strettamente legato ai cambiamenti climatici. Potete usare questa scheda di riferimento.
  • Infine, si mostrano ai bambini un elenco di piccole azioni che possono compiere per dare il proprio contributo a questa causa.
  • È importante che i bambini capiscano che sono le piccole azioni a fare la differenza: l’effetto serra si può ridurre solo se ciascuno fa la propria parte! Per trasmettere questo messaggio potete utilizzare due favole: “Il bambino e le stelle marine” (che trovate qui) e “La favola del colibrì” (che trovate qui).

Quali sono le emozioni positive? Ecco l’elenco

Le emozioni positive sono un aspetto importante della vita: ci aiutano a vivere al meglio e a sperimentare un senso di profondo benessere. Le emozioni negative ci spingono a un’azione immediata per sopravvivere (un esempio: la paura, che ci spinge a scappare da un pericolo potenzialmente mortale); le emozioni positive, invece, funzionano diversamente. Non c’è alcuna azione immediata; invece, queste emozioni aprono la nostra mente e ci aiutano a crescere.

Se impariamo a conoscerle, diventeremo più consapevoli e impareremo ad apprezzare i momenti positivi nelle nostre giornate. Ecco un elenco delle emozioni positive individuate studiate dagli psicologi (in particolare dalla dr. Barbara Fredrickson):

  • Gioia
  • Gratitudine
  • Serenità
  • Interesse
  • Orgoglio
  • Divertimento
  • Speranza
  • Ispirazione
  • Meraviglia
  • Amore

Ciascuna di queste emozioni ha le sue sfumature e, soprattutto, ciascuna di esse ci aiuta a fare qualcosa di diverso dalle altre. Scopriamole nel dettaglio: per ciascuna emozione scoprirete ciò che la attiva e ciò che produce.

GIOIA

La gioia è l’emozione positiva più simile a quella che comunemente chiamiamo “felicità”. Sperimentiamo la gioia in seguito ad un successo, ad un evento positivo inaspettato o dopo una vittoria. Un contesto gioioso ci porta ad essere giocosi e scherzosi.

  • Cosa la attiva: un contesto sicuro e un progresso (raggiungere un traguardo, ottenere una vittoria, riuscire in qualcosa)
  • A cosa porta: gioco e apprendimento

GRATITUDINE

La gratitudine è l’emozione che proviamo quando qualcuno fa qualcosa per noi e ci troviamo a pensare “Che persona gentile! Ha dedicato un po’ del suo tempo a me”. Si tratta di un’emozione sociale, legata al riconoscimento di qualcosa che viene fatto per noi. La gratitudine, se viene coltivata nel tempo, si trasforma in gentilezza.

  • Cosa la attiva: ricevere un dono (anche piccolo)
  • A cosa porta: costruzione di legami sociali

APPROFONDIMENTO: Esercizi per sviluppare la gratitudine

SERENITÀ

Sperimentiamo la serenità quando la nostra vita va per il meglio, quando ci troviamo in circostanze piacevoli e ci fermiamo ad assaporare il momento.

  • Cosa la attiva: un contesto sicuro e piacevole
  • A cosa porta: assaporare il momento, ampliando la propria visione del mondo

INTERESSE

Proviamo interesse verso qualcosa di nuovo, qualcosa che non conosciamo. L’interesse si sperimenta quando, in un contesto sicuro, entriamo a contatto con una novità. L’interesse è come un legame invisibile che ci spinge ad avvicinarci a quella novità.

  • Cosa la attiva: un contesto sicuro e un elemento di novità
  • A cosa porta: esplorazione, apprendimento

ORGOGLIO

L’orgoglio è legato al raggiungimento di un obiettivo che viene ritenuto importante nella nostra cultura; l’orgoglio, in altre parole, è legato ai successi ben visti dalla società.

  • Cosa la attiva: un successo considerato importante dalla società
  • A cosa porta: sognare altri traguardi, impegnarsi per raggiungerli

DIVERTIMENTO

Quest’emozione nasce da un evento non-serio: può essere una gaffe mentre siamo con gli amici, ma anche un siparietto divertente. Il divertimento ci permette di condividere una risata e di costruire legami sociali.

  • Cosa la attiva: un momento non-serio di incongruità
  • A cosa porta: ridere insieme, costruire legami di amicizia

SPERANZA

La speranza si attiva in momenti difficili, quando le cose non vanno affatto bene. La speranza è un’alternativa alla disperazione. Chi sperimenta la speranza desidera il meglio con tutte le sue forze, cercando un lieto fine anche nei momenti più tragici. La speranza è un’emozione molto intensa, che ci aiuta a mettere in moto la creatività, alla ricerca di una soluzione. Inoltre, la speranza ci spinge ad agire, innescando il circuito della resilienza.

  • Cosa la attiva: timore del peggio, credenza in ciò che di meglio può accadere
  • A cosa porta: pensiero creativo e resilienza

ISPIRAZIONE

L’ispirazione è legata a un modello che ammiriamo: ad ispirarci è un grande talento, o una persona che consideriamo un esempio di virtù e di umanità, al punto di ispirarci a lei.

  • Cosa la attiva: assistere a un esempio di eccellenza umana
  • A cosa porta: aspirare all’eccellenza, migliorando le proprie qualità morali

MERAVIGLIA

La meraviglia è simile all’ispirazione, ma a generarla non è il contatto con una persona modello, bensì la bellezza, ciò che è più grande di noi. Proviamo meraviglia di fronte ad un albero secolare, ad una cascata, a un arcobaleno. La natura è una grande fonte di meraviglia, così come lo è l’arte.

  • Cosa la attiva: sentirsi sopraffatti da qualcosa di più grande
  • A cosa porta: sentirsi parte di qualcosa di più grande, adattarsi in modo positivo all’ambiente

AMORE

Per finire, l’amore. Di tutte le emozioni che abbiamo nominato, l’amore è sicuramente la più intensa. Pensate alla persona che amate, all’amore che si prova per un figlio o per una persona cara. Ma come possiamo definire l’amore? Secondo la dr. Fredrickson, l’amore è così potente e così coinvolgente perché è la somma di tutte le nove emozioni positive, le contiene tutte in se stesso. Quando proviamo amore per qualcuno, siamo pieni di gioia, ma al tempo stesso ci sentiamo sereni, orgogliosi, la persona amata ci ispira e ci suscita un piacevole senso di meraviglia. Si tratta di un’emozione straordinariamente potente.

  • Cosa la attiva: somma di emozioni positive
  • A cosa porta: costruzione di un legame profondo, benessere

FONTI

  • Fredrickson, B. L. (2009). Positivity. New York: Three Rivers Press.
  • Fredrickson, B. L. (2013). Positive emotions broaden and build. Advances in Experimental Social Psychology, 47, 1-53.
  • Fredrickson, B. L. (1998). What good are positive emotions? Review of General Psychology, 2, 300-319.
  • Fredrickson, B. L. (2001). The role of positive emotions in positive psychology: The broaden-and-build theory of positive emotions. American Psychologist, 56, 218-226.
  • Garland, E. L., Fredrickson, B. L., Kring, A. M., Johnson, D. P., Meyer, P. S., & Penn, D. L. (2010). Upward spirals of positive emotions counter downward spirals of negativity: Insights from the broaden-and-build theory and affective neuroscience on the treatment of emotion dysfunctions and deficits in psychopathology. Clinical Psychology Review, 30, 849-864.
  • Gross, M. M., Crane, E. A., & Fredrickson, B. L. (2012). Effort-shape and kinematic assessment of bodily expression of emotion during gait. Human Movement Science, 31, 202-212.
  • Han, S. Lerner, J. S., & Keltner, D. (2007). Feelings and consumer decision making: The appraisal-tendency framework. Journal of Consumer Psychology, 17, 158-168.

Pensiero positivo

pensiero positivo

Pensiero positivo: con questo termine, non scientifico, si intendono tutte le teorie e le pratiche volte a migliorare il benessere individuale e collettivo.

A PROPOSITO DI PENSIERI POSITIVI

Prima di cominciare, è doverosa una premessa: pensiero positivo vuol dire tutto e niente. Ci sono teorie scientifiche convalidate da decine di studi che si possono ricondurre all’area del “pensiero positivo”; tuttavia, ci sono anche centinaia di “corsi ed esercizi di pensiero positivo” perfettamente non scientifici. La felicità, purtroppo, è un business miliardario: questo significa che dobbiamo approcciarla con estrema cautela.
Quello che accomuna tutte le pratiche identificate come “pensiero positivo” è la volontà di migliorare la qualità dei nostri pensieri, la qualità della nostra vita e il nostro grado di soddisfazione. Ed è proprio da qui che partiremo.
Esiste un’area scientifica consolidata che si occupa di studiare ciò che rende la vita degna di essere vissuta: è la psicologia positiva. Nel corso degli ultimi due decenni, gli psicologi positivi hanno indagato tutti quei campi che potremmo definire caratteristici del pensiero positivo: benessere, felicità, emozioni positive, ottimismo, gratitudine resilienza, intelligenza emotiva, empatia e così via. In questo articolo parleremo di pensiero positivo a partire dalle loro scoperte e dai presupposti – scientifici – per vivere al meglio e per migliorare la qualità dei propri pensieri e delle proprie azioni.
Cominciamo individuando tre aree strettamente interconnesse che, secondo noi, se combinate insieme si avvicinano molto all’idea di pensiero positivo.

IL RAPPORTO POSITIVITÀ/NEGATIVITÀ

Barbara Fredrickson, la maggiore esperta mondiale di emozioni e, soprattutto, di emozioni positive, ha scoperto che il benessere emotivo (una delle cinque componenti del benessere globale) dipende dal rapporto positività/negatività.
Cosa vuol dire? Una vita senza paura, tristezza, ansia e rabbia è impossibile: il nostro cervello è programmato per farci provare emozioni negative. Le emozioni negative, in molti casi, possono salvarci la vita! Al contrario, le emozioni positive servono a farci crescere: predispongono la nostra mente ad imparare e a costruire reti. Tutte le emozioni, inoltre, sono passeggere: durano pochi secondi o, al più, qualche minuto.
Secondo la Fredrickson, il rapporto positività/negatività ideale è 3:1. Questo significa che, per far fiorire la nostra vita e sperimentare un profondo senso di benessere, dovremmo provare tre emozioni positive per ciascuna emozione negativa.
Esiste un test (disponibile solo in lingua inglese) per misurare questo grado di positività. Stiamo parlando del positivity ratio. Puoi completarlo online cliccando qui (è gratuito, non occorre registrarsi e ti ruberà appena due minuti). Questo rapporto è alla base del pensiero positivo: per pensare in modo positivo occorre prima di tutto “sentire positivo”: le emozioni positive sono fondamentali in questo contesto.

  • Il rapporto positività/negatività si può modificare. Tutti noi possiamo decidere di dare più spazio alle emozioni positive.

OTTIMISMO

Un altro elemento fondamentale all’interno del pensiero positivo è l’ottimismo. L’ottimismo è un abito mentale, ma anche un modo di spiegarsi ciò che ci accade. Come risultato, gli ottimisti sono particolarmente abili a risolvere problemi e a superare gli ostacoli. L’ottimismo è un abito che si può costruire ed allenare: non si tratta di un tratto innato o casuale.

  • L’ottimismo si può allenare. Nel nostro articolo di approfondimento dedicato all’ottimismo (qui il link) puoi trovare un esercizio validato scientificamente per esercitarti.

GRATITUDINE

La gratitudine è un altro elemento essenziale per coltivare il pensiero positivo. La gratitudine si può definire come una “sensazione di ringraziamento e di gioia in risposta all’aver ricevuto un dono, sia che il dono sia un beneficio tangibile, sia che si tratti di un momento di calma e beatitudine suscitato dalle bellezze naturali”(Emmons, 2004). La gratitudine è classificata tra i 24 punti di forza caratteriali del VIA Institute ed è una delle due forze più legate al benessere (l’altra è l’amore per l’apprendimento).

  • La gratitudine può crescere nel corso della vita. Stimolare la gratitudine è stato uno dei primi compiti con i quali si sono cimentati gli psicologi positivi. Esistono esercizi semplici (validati scientificamente) e divertenti per riuscirci: il diario della gratitudine e le lettere della gratitudine sono i primi che ti consigliamo di sperimentare.

PENSARE POSITIVO NON BASTA

Basta leggere questa pagina per coltivare il proprio pensiero positivo? Assolutamente no. Come tutte le teorie e i programmi legati al benessere e alla crescita personale, il sapere è ben diverso dal fare.
Il pensiero positivo non si può accrescere esclusivamente tramite la lettura di libri, articoli e guide: bisogna esercitarsi quotidianamente per un periodo di tempo di almeno un mese prima di sperimentare sulla propria pelle i benefici di ciò che si è fatto.

  • Se vuoi diventare un vero campione di pensiero positivo studia a fondo questi due esercizi: “Sfidiamo i pensieri catastrofici” (lo trovi qui) e “A caccia di gratitudine” (lo trovi qui). Memorizzali entrambi, poi smetti di leggere. Per un mese, non dovrai fare altro che esercitarti ogni giorno con entrambi gli esercizi.

APPROFONDIMENTI SUL PENSIERO POSITIVO

  • Se sei interessata/o al tema delle emozioni positive e al rapporto tra le due, ti consigliamo di leggere il testo “Positivity” (Harmony, 2009) della dr. Barbara Fredrickson.

Ottimismo

ottimismo come essere ottimisti

Ottimismo: è un particolare modo di spiegare a se stessi gli eventi che ci accadono (positivi e negativi), oltre che la credenza in un futuro positivo.

L’OTTIMISTA (SECONDO LA SCIENZA)

L’ottimismo (molto simile al pensiero positivo) è stato al centro di numerosi studi scientifici negli ultimi anni. Dopo la scoperta che l’ottimismo è un fattore protettivo estremamente importante per la salute (riduce il rischio di malattie cardiovascolari in misura addirittura più efficace di un’alimentazione sana), i ricercatori hanno cercato di individuare le strategie più efficaci per diventare ottimisti.
Esistono due teorie principali che spiegano l’ottimismo: la prima è quella degli stili di attribuzione mentale, nata nel contesto della psicologia positiva; l’altra, è quella dell’orientamento verso la vita.

Secondo la prospettiva della psicologia positiva, l’ottimismo non è altro che uno stile di attribuzione mentale, cioè un modo di spiegare a noi stessi gli eventi che ci accadono. Quando ci succede qualcosa, tendiamo a farci una domanda: perché? Lo stile di attribuzione determina la risposta (mentale) che ci daremo. Martin Seligman e gli altri ricercatori che hanno studiato l’ottimismo hanno individuato tre dimensioni che utilizziamo per spiegarci gli eventi: 

  • Interno (è tutta colpa mia) vs Esterno (è stata una circostanza sfortunata)
  • Stabile (non possiamo fare nulla per cambiare) vs Instabile (non tutto è per sempre; agendo possiamo cambiare)
  • Globale (quello che è accaduto si ripercuoterà su tutti gli aspetti della mia vita) vs Specifico (le conseguenze di questo evento sono limitate a poche aree)

Secondo questa teoria, l’ottimismo non è altro che la tendenza a giudicare gli eventi negativi come Esterni, Instabili e Specifici. Spiegarsi le cose in questo modo ci aiuta a: 1) non colpevolizzarci, 2) rimanere proattivi e orientati all’azione, 3) non drammatizzare. Pensa ad un’amica o a un amico ottimista: non si comporta proprio così? 

Secondo la teoria dell’orientamento verso la vita, l’ottimismo è un atteggiamento di fiducia verso un futuro positivo. L’ottimista è convinto che le cose andranno per il meglio, anche in un contesto caratterizzato dall’incertezza. 

I VANTAGGI DELL’OTTIMISMO

L’ottimismo si è rivelato molto vantaggioso. In particolare, l’ottimismo si ripercuote sul modo in cui pensiamo e sulla nostra salute fisica. Per quanto riguarda il benessere mentale e la capacità di pensare in modo efficiente, gli ottimisti:

  • sono capaci di individuare i problemi in modo preciso e specifico
  • sono più propensi a vedere una situazione difficile come una sfida e non come una minaccia
  • sono maggiormente orientati alla soluzione dei problemi, a un approccio attivo
  • cercano volentieri informazioni e strategie utili a contestualizzare i problemi
  • in loro, le emozioni positive sono più frequenti di quelle negative

In altre parole, l’ottimismo è una componente fondamentale del problem solving e della resilienza. Ma com’è possibile? L’ottimismo è davvero un potere magico? No (e questo è il punto interessante della ricerca scientifica): l’ottimismo non è altro che un abito mentale, un modo di pensare e di affrontare la realtà. E come tutti gli abiti mentali, chiunque può allenarlo: tutti noi, nessuno escluso, possiamo diventare ottimisti.
L’ottimismo porta anche una serie di benefici a livello fisico e relazionale: le persone ottimiste, infatti, hanno una probabilità molto ridotta di soffrire di eventi cardiaci, hanno una rete sociale solida, empatica e pronta ad aiutarli e ottengono risultati migliori nel mondo del lavoro.

ALLENARE L’OTTIMISMO

I ricercatori hanno identificato alcune tecniche efficaci per sviluppare uno stile di attribuzione ottimistico e per costruire la credenza in un futuro positivo. Si tratta di esercizi mentali: la buona notizia è che sono alla portata di tutti, semplici e veloci; la cattiva notizia è che, come tutti gli esercizi mentali, i risultati richiedono almeno un mese di pratica. L’allenamento è fondamentale: gli esercizi mentali sono efficaci solo se vengono praticati con costanza.

SFIDIAMO I PENSIERI CATASTROFICI

Il primo esercizio è per tutti coloro che, di fronte a un evento negativo, corrono con la mente agli scenari più catastrofici (in un ciclo che si autoalimenta e che ci sottrae tempo e risorse preziose).
Lo scenario ideale per praticare questo esercizio è il seguente:

  • Qualcosa è andato storto. Stai cominciando a preoccuparti e ad immaginare le conseguenze catastrofiche di questo evento sulla tua vita…

Bene. È il momento di sfidare il pensiero catastrofico. Per aumentare l’efficacia dell’esercizio, puoi utilizzare un blocco note e svolgerlo in forma scritta. Se non hai carta e penna a portata di mano, puoi svolgere l’esercizio a mente.
Adesso, focalizzati e pensa, in ordine:

  1. Qual è lo scenario peggiore? Se le cose dovessero andare per il peggio, cosa ti succederebbe?
  2. Qual è lo scenario migliore? Se le cose dovessero andare per il meglio, cosa ti succederebbe (nel caso di un evento negativo, dovrai concentrarti sul minor male possibile)?
  3. Quale dei due scenari è il più probabile? Che probabilità assegneresti a ciascuno dei due?
  4. Cosa puoi fare per cambiare le cose? Quali azioni significative potresti compiere per migliorare la situazione?

Questa sequenza ricalca fedelmente lo stile di attribuzione mentale di una persona ottimista. Gli ottimisti non sono inconsapevoli dei problemi; piuttosto, cercano di superarli. Così, dopo la fase 1, nella quale identificano lo scenario negativo, vanno avanti cercando azioni significative che potrebbero migliorare le cose.
Al contrario, le persone pessimiste si fermano al punto 1, immaginando gli scenari più catastrofici e rimanendo intrappolate in un circolo mentale (loop) negativo.

APPROFONDIMENTI SULL’OTTIMISMO

Empatia

empatia

DEFINIZIONE DI EMPATIA

Cosa significa empatia? L’empatia viene definita dalla psicologia come “la capacità di percepire le emozioni, i sentimenti e gli stati d’animo altrui”. Questa comprensione è intuitiva: le persone empatiche non hanno bisogno di troppe spiegazioni; sono in grado di percepire quasi istintivamente le emozioni degli altri.
L’empatia viene spesso indicata come uno degli aspetti dell’intelligenza emotiva. Nel primo studio sull’intelligenza emotiva (condotto nel 1990 da Peter Salovey e John Meyer), ad esempio, è annoverata tra le cinque componenti dell’intelligenza emotiva. Secondo le scienze del carattere (e in particolare secondo la classificazione del VIA Institute), l’empatia confluisce in una delle 24 forze caratteriali: l’intelligenza sociale, ovvero la capacità di comprendere i pensieri e le emozioni degli altri.

SIGNIFICATO ED ETIMOLOGIA DEL TERMINE EMPATIA

Empatia deriva dal greco antico “en” (che significa dentro) e “pathein” (che significa sentire). Letteralmente il termine empatia significa “sentire dentro”, che indica la nostra comunione con gli altri, al punto di sentire ciò che si muove dentro i loro cuori.
Il termine empatia è piuttosto recente, ed è stato coniato dagli psicologi del XIX secolo. Tuttavia, la capacità di percepire le emozioni degli altri e di costruire un legame emotivo è molto, molto più antica!

Ecco un breve video introduttivo sull’empatia:

“La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?”
J. Rifkin

Oggi il termine empatia è usato di frequente sulla stampa e sul web, alla stregua di una moda stagionale. E’ come se tutto d’un colpo si fosse scoperta la necessità di accostarsi all’altro, di mettersi nei suoi panni. Perché questo bisogno? Non dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale?

In un mondo che va molto di fretta, probabilmente no. Ecco, allora, l’esigenza non solo di riscoprire un concetto, di approfondirlo, ma anche di farlo nostro, tornando a sentire. Del resto, non è un tema esclusivo della modernità: ne parlavano già nell’Ottocento gli autori romantici tedeschi, come ad esempio Herder e Novalis, descrivendo l’esperienza di fusione dell’anima con la natura.

Nel 1906 è il filosofo e psicologo tedesco Theodor Lipps, con il saggio “Empatia e godimento estetico”, a definire questa funzione psicologica, fondamentale per l’esperienza estetica: empatia è la percezione delle proprie energie, forze vitali, ricongiungimento dell’individuo con l’universo. Lo spunto più interessante, che poi è forse il motivo per cui oggi si parla tanto di empatia, viene da un’idea dello psicologo americano R.H. Woodworth.
Lo studioso sottolinea come l’osservatore tenda ad identificarsi con una parte di ciò che vede, restandone emozionalmente coinvolto.

Guardando un tempio greco, veniamo colpiti dalle cariatidi, immedesimandoci nell’atto, letterale o metaforico, di sopportare il peso sovrastante. Ma si tratta pur sempre di una parte, non del tutto. Ecco perché, forse, oggi parliamo tanto di empatia. Nella frenesia, nell’apatia del quotidiano, abbiamo un bisogno lancinante di emozioni e, contemporaneamente, sperimentiamo la paura di esserne travolti. Cosa che, a volte, ci fa circoscrivere ciò che sentiamo, distorcendolo o, a volte, negandolo, come accade con l’analfabetismo affettivo, di cui abbiamo parlato in un approfondimento correlato.

Empatia significa sentire l’altro ma, per farlo, è necessario prima sentire noi stessi, nella nostra complessità. Avere occhi più grandi e cuore più aperto, per vedere quel tutto che spesso riduciamo volontariamente ad una parte, ad un pilastro dell’edificio. L’empatia permette di avere una panoramica sull’intero edificio e sul paesaggio che lo circonda.

L’empatia rappresenta lo strumento per leggere le emozioni altrui. Come “animale sociale”, l’uomo ha bisogno di confrontarsi con l’altro, di relazionarsi con chi gli sta intorno. Per farlo, non serve solo quella che viene definita capacità di mentalizzazione (o anche teoria della mente).

La teoria della mente è una caratteristica tipica dell’uomo e serve a comprendere gli stati mentali e affettivi dell’altro, senza esserne davvero partecipi. L’empatia porta oltre questo concetto, permettendo la valorizzazione dei sentimenti: insegna a capire la persona nella nella situazione in cui si trova, anche se noi, nella stessa circostanza, la penseremmo in modo diverso. In questo senso, essa rappresenta contemporaneamente una competenza emotiva (una componente fondamentale dell’intelligenza emotiva) ed un’abilità sociale.

L’assenza di empatia produce effetti nefasti: isolamento, infelicità, incapacità di coltivare relazioni virtuose e durature. In altre parole, se manca l’empatia siamo in presenza di analfabetismo emotivo.

Dell’empatia gli studiosi, Freud e Kohut in primis, hanno evidenziato inizialmente la componente emotiva ed affettiva. Successivamente, negli Anni Trenta del secolo scorso, Mead ha focalizzato l’attenzione sulla componente cognitiva dell’empatia, concetto poi ripreso ed ampliato dalle teorie dei neuroni a specchio. In particolare è Gallese, tra gli studiosi italiani scopritori dei neuroni specchio, a spiegare che, per percepire un’azione, bisogna simularla internamente, con un meccanismo di modellizzazione prelinguistico ed automatico.

Ecco un piccolo identikit della persona empatica (sulla base della definizione di Choi-Kain e Gunderson, le persone empatiche hanno tre caratteristiche, riscontrabili nelle diverse teorie in materia):

  • sono capaci di una reazione emotiva di condivisione dello stato d’animo altrui
  • riescono, attraverso le loro capacità cognitive, ad immaginare la prospettiva altrui
  • mantengono stabilmente la distinzione sé-altro

Spendiamo due parole sull’ultimo punto. L’empatia porta sicuramente vantaggi nella vita sociale: favorisce la comunicazione ed anche il problem solving. Bisogna però non incappare nell’estremo opposto, il rischio di empatizzare eccessivamente.

In questo è necessario allenarsi: se da un lato mettersi nei panni dell’altro serve a capire ed anche aiutare, non dobbiamo mai dimenticare di non scollegarci dal nostro io più profondo. Sentire troppo significa farsi travolgere. Al contrario, per sentire bene, dobbiamo prenderci innanzitutto cura di noi stessi.

E TU, SEI EMPATICA/O?

Per misurare la tua empatia, prova con sincerità a rispondere a queste domande, facendo riferimento ad esperienze vissute e a come ti sei comportata/o. E’ un piccolo test per capire come lavorare su di te, prima ancora che insieme ai tuoi bambini:

  • Sai ascoltare e comprendere i sentimenti degli altri , sospendendo la tua valutazione?
  • Sei in grado di consolare con un abbraccio, senza limitarti alle parole?
  • Sai sdrammatizzare, anche usando l’ironia?

Ricordati sempre che, come tutte le componenti dell’intelligenza emotiva, anche l’empatia può (e deve) essere allenata, a prescindere dalla dotazione emotiva di ciascuno. Di seguito una serie di piccoli esercizi da sperimentare su te stessa/o e da riproporre in famiglia.

MINI KIT DI ALLENAMENTO PER L’EMPATIA

Scendiamo dal piedistallo: non sono solo i nostri problemi ad essere importanti.

Pesiamo le parole: feriscono a volte più di una spada … Mai scordarsi il “grazie”.

Non dimentichiamo di sorridere alla vita: è gratis e fa bene!

EMPATIA IN FAMIGLIA

L’empatia è un membro della famiglia, facciamola entrare nelle nostre case. Come? Con piccoli gesti quotidiani:

  • Sorriso: siamo ciò che le nostre azioni dicono di noi, le intenzioni sono solo decorazioni. Per cui affrontiamo la vita pensando positivo e con un bel sorriso per i nostri bimbi
  • Comunicazione: parlare e comunicare sono due concetti completamente differenti, bisogna imparare il linguaggio del cuore
  • Ascolto: per ascoltare ci vuole innanzitutto disponibilità verso l’altro, chiunque egli sia e di qualunque problema voglia parlarci
  • Gratitudine: le parole sono importanti, anche da piccoli. E’ fondamentale insegnare le norme di cortesia: educare al rispetto significa educare all’amore

La scuola già si sta attrezzando con appositi percorsi di educazione emotiva; potete prendere spunto proprio dalla nostra rassegna di educazione emotiva a scuola e riadattare il tutto a casa.

COACHING CREATIVO: L’EMPATIA ATTRAVERSO L’ARTE, IL GIOCO E LA LETTURA

Che fare tutti insieme per mettere in pratica quello che ci siamo detti? Noi ci abbiamo provato attraverso il coaching creativo e il gio-coaching: inventando esercizi, giochi e laboratori per condividere esperienze con gli altri diventa facile sentire le emozioni.

Ad esempio: hai mai pensato a quanto siamo simili ad una tavolozza di colori, in cui ciascuno si amalgama agli altri, dando vita a nuove sfumature? Così siamo noi, un grande, incredibile, patchwork! Se non sai da dove partire, leggi qui qualche esempio di coaching creativo per scoprire l’empatia:

Se vuoi riscoprire l’empatia leggendo, dai un’occhiata anche ai libri sull’empatia.

APPROFONDIMENTI

  • Per approfondire il tema dell’intelligenza emotiva (e dunque contestualizzare l’empatia in un quadro più ampio) suggeriamo la lettura di “Emotional Intelligence” (Salovey P. e Meyer J., Emotional Intelligence, Baywood, 1990): si tratta della prima rassegna scientifica sistematica su questo argomento;
  • Per approfondire il tema dell’intelligenza sociale e dell’empatia come punto di forza caratteriale, suggeriamo di leggere direttamente la definizione del VIA Institute: https://www.viacharacter.org/character-strengths/social-intelligence
  • Intelligenza emotiva, il best-seller di Daniel Goleman, riprende molti degli spunti proposti da Salovey e Meyer ed è una lettura consigliata per addentrarsi nel mondo delle emozioni e, naturalmente, dell’empatia.