Whatsapp: le chat di classe dei genitori nuocciono ai figli

Usare le chat dei genitori nuoce gravemente alla salute. E non è per gli ottomila messaggi che arrivano. O per quelli che chiedono i compiti che i figli non hanno scritto sul diario. O anche per quelli che mandano comunicazioni di servizio (chi ha perso …). Le chat dei genitori fanno male a prescindere per il meccanismo non virtuoso di comunicazione che viene innescato. Vediamo perché.

Nati con l’avvento delle app di messaggistica istantanea, i gruppi sono proliferati come i conigli durante la stagione degli accoppiamenti: “Gruppo Ufficio”, “Gruppo Mammine Pancine”, “Gruppo del Pilates”, “Gruppo del regaolo Zia Carla”. Fino ad arrivare, in un sontuoso esempio di bulimia di socialità, alla Morte Nera di Whatsapp: la chat di classe dei genitori. Presente di cosa stiamo parlando, vero?

La chat di classe è nata con un proposito onorevole, ossia coinvolgere e informare i genitori sulle attività scolastiche dei figli. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi, è diventato il più perverso esempio di negativa superficialità dalla nascita delle Fashion Blogger.

Si tratta di un’occasione mancata, un po’ per tutti. Essere connessi in tempo reale con altri genitori trasforma ogni piccolo episodio in un caso e scatena un’ansia da prestazione che nemmeno al torneo di calcetto della prima elementare (la nostra, non quella dei nostri figli!).


Perchè usare la chat di gruppo è così rischioso? Semplice, perchè rappresenta una palestra di comunicazione a cui non sempre siamo preparati. Di base il flusso continuo di messaggi ha tre conseguenze negative:

  • amplifica le piccole cose: ogni refolo diventa una tempesta. A scuola fa freddo? Sono irresponsabili! Parte la riflessione su quanto si stava meglio quando si stava peggio. Qualcuno chiede ai bambini se effettivamente fa freddo? No. Perchè tutti sono troppo impegnati a chiederlo a se stessi.
  • vetrifica l’identità: chi interviene spesso non lo fa per dare un contributo, ma per essere sicuro di “aver fatto bene i compiti” (lui o lei, non il figlio). E’ una metafora, dove il compito citato altro non è che la rappresentazione del sè, in una gara senza vincitori.
  • passa troppe informazioni, rendendole inutili: in un mondo fatto di troppe parole, mancano i fatti. Parlare o scrivere troppo, distoglie l’attenzione da fattore principale: essere ed esserci.

Le informazioni importanti necessitano di poche parole. Possibilmente senza replica, per cui ben venga la mail ed, eventualmente, una richiesta di chiarimento. Senza bisogno di riscrivere Guerra e Pace. A questo proposito si è schierato il pedagogista Daniele Novara che, qualche tempo fa, ha affermato:

Il ruolo del genitore è di creare le condizioni perché il figlio frequenti la scuola, non frequentarla al suo posto: questa è un’indebita ed eccessiva intromissione che non va bene e che spesso viene legittimata dalla scuola: l’equivoco più grosso sono i gruppi WhatsApp di genitori e docenti.

Parole che non sono cadute nel vuoto, visto che i dirigenti scolastici si stanno muovendo in questa direzione. Ultima in ordine di tempo la circolare che Nicoletta Latrofa, da sei anni dirigente scolastica dell’istituto Giovanni Fattori di Rosignano Marittimo ha inviato ai genitori, invitandoli a una seria riflessione sull’utilizzo delle chat di gruppo.

SPUNT-ESERCIZIO: smettiamo di scriverci e prendiamoci un caffè

Cosa possiamo fare? Sicuramente dobbiamo allenarci a filtrare le informazioni. E, in secondo luogo, proviamo a trovare il tempo per un caffè appena usciti da scuola. Non sembra, ma l’interazione vis-à-vis fa ancora miracoli. E aiuta a veicolare la comunicazione, limitando le diramazioni sui significati secondari.

a cura di Alessia de Falco