L’insegnamento gentile: la rivoluzione delle emozioni applicate alla scuola. Educare non significa insegnare le buone maniere, ma far riscoprire la gioia della vita.
Sono i titoli di due nostri recenti articoli diventati virali negli ultimi giorni. E noi ce ne vergogniamo profondamente. Non per averli scritti, ma perché, in cuor nostro, desideravamo che arrivasse una domanda, invece che mille elogi e tanti convenevoli.

Abbiamo fatto un esperimento di media education, miseramente fallito perché nessuno di voi (al netto di una lettrice, a cui va la più profonda stima), di fronte alla più assoluta teoria, è stato capace di dirci:

 E quindi?

 

Siete davvero sicuri che riempirci la testa di teorie serva a qualcosa in ambito educativo? 

 

Non sarebbe meglio spiegarci come tradurre in pratica questi fiumi di parole?

A queste conclusione è arrivata una persona, a fronte di centinaia di migliaia di lettori! Se qualcuno di più ci avesse scritto, non ci staremmo chiedendo ora cosa abbiamo sbagliato in due anni di lavoro, basati sul fare, credendo ciecamente nel fare.

Per cui ripartiamo da qui, da un’occasione persa, per tutti, per dirvi che è inutile parlare di emozioni, di gioia di vivere. Perché è solo retorica, sono frasi motivazionali buone per i social media manager, nulla di più.

E’ inutile rimbalzare sui nostri figli frasi e concetti che noi non riusciamo a mettere in pratica nelle nostre vite.

Cosa vuol dire per me intelligenza emotiva?

 

Cosa significa gioia? (premesso che, almeno in parte, dobbiamo contraddire Andreoli, le buone maniere sono la micro azione con cui concretizziamo la nostra gratitudine e gioia per la vita, un piccolo gesto, foriero di grandi messaggi).

SERVE LA FORZA DEI FATTI, NON L’ENFASI DELLE PAROLE

State tranquilli, scusiamo un po’ tutti (anche il titolo è chiaramente provocatorio), perché è intrinseco nel concetto classico di pedagogia il discorso sui metodi e non l’operatività.

Quando si parla degli insegnanti, del loro “essere” ma anche e soprattutto del loro “dover essere” è molto difficile evitare “l’orgia” delle buone intenzioni, quella che il vecchio Hegel avrebbe chiamato “la saccenteria del dover essere”, ovvero l’atteggiamento di chi inevitabilmente finisce per fare una predica.

Questa è anche una mia preoccupazione, anche se so che farò comunque questa fine.

Infatti è facile “dire” al posto di “essere”, ma si tratta di una scorciatoia comprensibile sebbene fallimentare. Danno buoni consigli coloro che non sanno dare cattivi esempi, dice un moralista francese. Allora dico che quello sull’educatore oggi è un discorso essenziale e, contemporaneamente, inutile.

Raniero Regni, ipsar.gov.it

Queste sono parole di Raniero Regni, ordinario di Pedagogia sociale della Facoltà di Scienze delta Formazione LUMSA di Roma. Probabilmente parole un po’ fuori dal coro, in un mondo che professa amore per la vita e le emozioni, ma si ferma a raccontarle, senza aiutare davvero chi su quelle emozioni costruisce il proprio lavoro o la propria famiglia (insegnanti e genitori in primis).

La questione è sempre la stessa: indagare il significato più profondo di aiutare a far crescere, nell’amletico dilemma “essere o dover essere”. Facendo i conti con chi ci racconta quanto è bello amare, senza considerare che è proprio quell’amare i nostri figli, i nostri studenti, il nostro lavoro, a metterci in crisi.

Perché il mondo oggi è fragile, le relazioni tra persone lo sono: e in questo mondo, più che mai, va riscoperta la vocazione all’insegnamento, all’educazione in famiglia, la forza (non la fragilità) del nostro ruolo di educatori. Non fermiamoci a mettere il like a belle parole, chiediamoci come fare, chiediamo a chi le scrive di aiutarci. Non deludeteci un’altra volta.

L’EDUCAZIONE COME MISSIONE E PASSIONE

Ecco allora partiamo dalle domande, che sono sempre foriere di risposte (premesso che sentenziamo senza domandarci e soprattutto senza cercare soluzioni, probabilmente non educheremo nessuno, noi stessi per primi).

Che cosa può significare allora l’espressione “essere maestri, divenire insegnanti”?

Vuol dire che tutti sono insegnanti dal momento che insegnano, ma non tutti sono maestri? Che l’essere si ha oppure deve anch’esso essere conquistato Che per essere dei buoni insegnanti bisogna essere maestri del divenire, dell’arte di aiutare qualcuno a divenire migliore di quello che è?

Si va alle ricerca delle emozioni quando in realtà non sono le emozioni a mancare, non lo sono mai state nei momenti in cui c’è amore e passione per ciò che si fa e si vive, nei momenti in cui l’educazione è una missione.

Un maestro è qualcuno che insegna ciò che non si trova nei libri.

Il maestro è l’uomo il cui insegnamento mi libera e mi permette di essere me stesso.

Un maestro è colui che insegna la sua specialità e qualche altra cosa che è la sicurezza dei gesti e del pensiero, l’onestà , il gusto, il desiderio di sapere, il coraggio di riflettere, l’attitudine a giudicare, l’orgoglio di essere un po’ più adulto e la gioia di disporre di se stesso. Il vero maestro è l’uomo che educa insegnando.

Un maestro ti aiuta a conquistare uno stile, ovvero il contrassegno di quello che sei in quello che fai. Possedendo e mostrando il suo ti aiuta a conquistare il tuo.

Raniero Regni, ibidem

Se chi fa educazione ci crede davvero, se ama davvero, non c’è discorso sul metodo che tenga: è l’amore stesso a parlare per bocca dell’educatore, dell’insegnante, del genitore.
E’ l’amore che insegna, senza bisogno di riflettere su come declinare le emozioni o portarle in classe.

LA PEDAGOGIA COME ARTE, NON COME TECNICA

Trasformiamoci in “motivatori motivati”, non in banderuole in balia del vento che tira.

La pedagogia è una scienza, ma è soprattutto un’arte, la piena realizzazione del sapere in azione. Finché continueremo a circolarizzare pensieri astratti e non buone pratiche, non andremo lontano.

La passione è la madre del pensiero, l’emozione è la madre della conoscenza; la passione è una forza anticurriculare, non programmabile, piuttosto indocile e paradossale, eppure indispensabile. La si può programmare solo distruggendola. Ma là dove non c’è amore ci sono solo problemi di retribuzione e noia. Esiste oggi una concreta minaccia nei confronti della competenza simbolica degli adulti e degli insegnanti.

Raniero Regni, ibidem

Il problema non è come insegnare la gentilezza o le emozioni, lo sappiamo fare tutti. Il problema è crederci in un mondo che non ci lascia scampo. Che ci parla di intelligenza emotiva solo perché nessuno ha la forza di agire davvero, traducendo in un “E quindi?” quell’intelligenza emotiva. Facciamolo come responsabilità sociale e morale per i nostri figli e studenti.

Chiediamoci: “E quindi?”

a cura di Alessia de Falco