Il Coding a Scuola: educazione digitale e futuro

AbstractLa scuola si innova proponendo il coding e il pensiero computazionale come competenze fondamentali. Ma in questo panorama di entusiasmo digitale, spesso privo di metodo e scienza, perdiamo di vista l’unica competenza che le tecnologie mettono seriamente in pericolo: l’umanità, intesa come pensiero critico.



Educazione digitale e coding a scuola

Il Piano Nazionale per la Scuola Digitale stanzia cento milioni per garantire agli studenti competenze digitali di prim’ordine. Premesso che la cosa fa ridere perché, su circa 50000 scuole italiane significa poco meno di 2000€ per ciascuna scuola, è interessante entrare nel merito di questa digitalizzazione

Il ministro ha fatto il punto della situazione puntando su tre pilastri per il digitale: il miglioramento della competenze digitali dei ragazzi, la creazione di un curriculum digitale che dia la possibilità agli studenti di capire come usare e valutare gli strumenti digitali in modo attivo, le nuove infrastrutture.

Se per le infrastrutture non basterebbero 100000€ (figuriamoci quindi i 2000 promessi) per scuola, il discorso sulle competenze digitali è più ampio e non dovrebbe esser ridotto a slogan, ma analizzato con attenzione e metodo.

Ogni studente imparerà a programmare

L’ultima frontiera della didattica e delle tecnologie didattiche è il coding, ovvero la programmazione. Coding – va di moda l’inglese – significa stendere un programma attraverso una serie di istruzioni sequenziali. Tutti i programmi che usiamo quotidianamente sono costituiti da migliaia di stringhe di istruzioni, poi eseguite da un calcolatore.

Tra l’altro, proposto con tutte le caratteristiche di una vera e propria baggianata come far muovere un animaletto nel bosco mettendo in fila istruzioni del tipo “Avanti”, “Destra”, “Sinistra”. Attività che ai bambini risulterà, dopo quattro sessioni, noiosa e sgradita quanto la matematica!

coding a scuola
Ma pensiamo davvero che una roba del genere diverta i bambini?

Gli entusiasti digitali sostengono che quest’attività e, in generale, il pensiero computazionale siano il futuro dell’istruzione e dell’apprendimento e sforneranno una generazione di geni dell’informatica oltre che Google manager di successo. Si ritiene che questo pensiero computazionale sia una soluzione ai problemi del mondo e della crisi in cui siamo precipitati.

Ma di cosa stiamo parlando? Pensiero computazionale significa risoluzione mentale di problemi, combinando metodi caratteristici e strumenti intellettuali. In altre parole, la versione moderna e “hi-tech” del problem solving. Nulla di nuovo sotto il sole. Risolvere problemi richiede qualità senza tempo: capacità di analisi, pensiero critico, flessibilità e creatività; tutte cose che, su Portale Bambini, affermiamo da sempre quando elogiamo la creatività e i pregi del gioco.

Quindi il problema della scuola sarebbe che non insegna ad analizzare e risolvere i problemi. Ebbene, questi entusiasti digitali non sono mai entrati in un liceo classico probabilmente. Tanto la matematica quanto il greco e il latino sono materie che hanno come fine ultimo quello di insegnare l’analisi intellettuale, benché bistrattate.

Dopo un ventennio in cui abbiamo tentato di assimilare i licei a scuole statali, in cui abbiamo tentato di eliminare ogni traccia di attività intellettuale in nome della professionalizzazione ecco che il problem solving, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra. Con tanto di abito firmato digitale.

Manca il metodo, non gli strumenti

Nel 2001 Russel affermava che “there is not significant differences” tra l’uso di tecnologie a scuola e il metodo tradizionale. In altre parole, il media è ininfluente nell’apprendimento dei ragazzi. Se l’obiettivo è il pensiero critico e la capacità di risolvere problemi, non esiste una sola strada per raggiungerlo e non dobbiamo pensare che il coding sia la strada.

Ma il nostro problema è che si confondono i mezzi coi fini; quello che è solo un pregevole strumento viene assunto come la soluzione alla crisi, dimenticandoci dell’unica vera competenza a rischio: l’umanità. In un mondo di macchine, di intelligenza artificiale, di connettivismo perpetuo ai bambini dovremmo insegnare ad esser bambini, non a programmare! Peraltro, le interfacce grafiche attraverso cui lo facciamo mutano di continuo, tra dieci anni avremo app e robot radicalmente differenti da quelli che usiamo oggi: in un quadro così mutevole dobbiamo ricordarci del metodo! E’ vitale formarci al metodo critico, non agli strumenti.



Non confondiamo il pensiero computazionale con la macchina attraverso cui lo si insegna, una delle tante; o presto saremo soppiantati dai robot.

a cura di Matteo Princivalle

RIFERIMENTI

http://www.scuola.store/coding-diventa-obbligatorio-nella-scuola-primaria/
http://www.istruzione.it/scuola_digitale/index.shtml
http://forum.indire.it/repository_cms/working/export/6604/#/28
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/24/informatica-dal-coding-al-pensiero-computazionale/1097593/
http://www.elearnspace.org/blog/2016/09/02/being-human-in-a-digital-age/