Combattiamo la povertà educativa stimolando la creatività a scuola.

Essere poveri non significa solo non avere sufficienti mezzi di sussistenza. Sempre più spesso la povertà è legata a fattori immateriali, quali la mancanza delle competenze necessarie ad un adeguato sviluppo del bambino e dell’adolescente.

E’ un fenomeno che non riguarda solo i Paesi Emergenti, ma trova terreno fertile anche in Europa, Italia in primis.
A lanciare l’allarme è stata l’Associazione Save the Children lo scorso anno, nell’ambito della campagna “Illuminiamo il futuro”.
Secondo le rilevazioni, nel nostro Paese nel 2015 quasi un quindicenne su quattro (25%) si è attestato sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 (20%) in lettura, percentuale che ha raggiunto rispettivamente il 36% e il 29% fra gli adolescenti che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico e culturale.

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Come prevedibile povertà economica e povertà educativa procedono in parallelo e si trasmettono di generazione in generazione.
Con l’obiettivo di arginare questa problematica entro il 2030, l’associazione aveva indicato a conclusione del dossier alcuni obiettivi: tutti i minori devono poter apprendere, sperimentare, sviluppare capacità, talenti e aspirazioni; devono poter avere accesso all’offerta educativa di qualità. Occorre infine eliminare la povertà minorile per favorire la crescita educativa. Fare scuola non significa trasmettere nozioni, ma garantire a bambini e ragazzi competenze cognitive adeguate a comprendere il mondo, sempre più caratterizzato, per riprendere le analisi di Save the Children, “da un’economia della conoscenza, dalla rapidità delle innovazioni, dalla velocità delle connessioni”.

Non solo: una buona scuola è in grado di aiutare i giovani ad entusiasmarsi, a trasmettere sete di conoscenza. Citiamo a questo proposito un saggio di Ken Robinson, autore inglese e docente universitario all’Università di Warwick, in Gran Bretagna.

Robinson ha reso disponibili i suoi interventi sulla piattaforma TED e nel suo saggio più noto, intitolato “Out of our Mind”», in italiano “Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività”. Nel libro ha ampiamente riflettuto su come la scuola possa e debba cambiare per garantire un corretto sviluppo degli studenti. Uno dei pilastri deve essere la creatività, intesa come strumento per stimolare le menti, aprirle alla conoscenza e, in ultima analisi, combattere la povertà educativa.

13081611_10154264172987369_96742843_nCitando l’autore in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso novembre:

“Tutti nasciamo con talenti naturali, ma pochi di noi li scoprono o sono in grado di svilupparli. Paradossalmente, una delle cause di questo immenso spreco di talenti è proprio il sistema che dovrebbe valorizzarli: la scuola. Gli attuali approcci all’istruzione sono infatti impregnati di convinzioni sull’intelligenza superate e adottano valutazioni standardizzate che soffocano la creatività e appiattiscono le ambizioni”.

Il primo punto per combattere la povertà educativa è dunque la ricerca dei giusti stimoli, magari facendo un passo indietro sui test e la valutazione dell’apprendimento e lavorando invece sulle competenze che arricchiscono realmente l’individuo. Creatività in primis.