Questa lettura fa parte della nostra antologia pedagogica. Il testo è tratto da:

THOMAS GORDON
Genitori efficaci. Educare figli responsabili, edizioni la meridiana, 2014 (ed. or. 1970)

IL POTERE DEL LINGUAGGIO DELL’ACCETTAZIONE

Quando una persona è capace di provare e di comunicare a un’altra una sincera accettazione, essa può diventare di grande aiuto. La sua accettazione dell’altro così com’è è determinante per costruire una relazione in cui l’altro possa crescere, maturare, operare cambiamenti costruttivi, imparare a risolvere problemi, tendere a un equilibrio psicologico, diventare più produttivo e creativo, realizzare pienamente il proprio potenziale. È uno di quei paradossi semplici ma bellissimi della vita: quando una persona sente di essere sinceramente accettata per quella che è, si sente libera di prendere in considerazione un possibile cambiamento, di pensare a una possi bile crescita, a cosa vorrebbe diventare, a come realizzare maggiormente il proprio potenziale. L’accettazione è come il terreno fertile che permette a un seme minuscolo di trasformarsi nel bel fiore che può diventare. Il terreno si limita a facilitare lo sviluppo del seme. Sprigiona la sua capacità di crescere, ma tale capacità è interamente in seno al seme. Anche un figlio, come un seme, ha dentro di sé la capacità di crescere. L’accettazione è il terreno fertile, che semplicemente permette al figlio di realizzare il proprio potenziale. Perché l’accettazione genitoriale esercita tanta benefica influenza sui figli? È un punto che in genere non viene compreso. La maggior parte delle persone è stata indotta a credere che se si accetta un figlio così com’è, questi non cambierà mai; che il modo più valido per aiutarlo a migliorarsi è quello di dirgli quali aspetti di lui non sono accettabili. Di conseguenza, la maggior parte dei genitori ricorre a piene mani al linguaggio della non accettazione, pensando che sia il modo migliore per aiutare i figli. Il terreno che tanti genitori forniscono ai propri figli è intriso di valutazioni, giudizi, critiche, prediche, massime morali, ammonizioni, ordini e altri messaggi che trasmettono la non-accettazione del ragazzo per quello che è. Ricordo le parole di una tredicenne che aveva cominciato a ribellarsi ai valori e alle leggi dei propri genitori:

Mi ripetono talmente spesso che sono cattiva, che le mie idee sono stupide e che non possono fidarsi di me, che finisco col comportarmi sempre più spesso in un modo che a loro non piace. Se loro già pensano di me che sono cattiva e stupida, tanto vale che continui a fare quello che faccio.

Questa intelligente ragazza aveva capito il significato del vecchio proverbio: «Ripeti spesso a un ragazzo che è cattivo, e quasi certamente lo diventerà». Spesso i figli finiscono per diventare esattamente come i genitori li descrivono. A parte questo effetto, il linguaggio della nonaccettazione allontana i figli. Essi smettono di confidarsi con i genitori e imparano che è molto meglio tenere per sé i propri sentimenti e i propri problemi.

Il linguaggio dell’accettazione, al contrario, rende i figli più aperti e sereni; li fa sentire liberi di condividere sentimenti e problemi. Gli psicoterapeuti e i consulenti hanno dimostrato quanto può essere potente l’accettazione. I genitori che imparano a manifestare attraverso le parole una sincera accettazione del figlio, dispongono di uno strumento che può produrre risultati straordinari. Possono incoraggiare l’autoaccettazione e l’autostima del figlio. Possono promuovere il suo sviluppo e agevolare la realizzazione del potenziale di cui è geneticamente dotato. Possono accelerare il suo passaggio dalla dipendenza all’indipendenza e all’autocontrollo. Possono aiutarlo a imparare a risolvere autonomamente i problemi che inevitabilmente la vita gli presenterà, e dargli la forza per affrontare costruttivamente le delusioni e le sofferenze dell’infanzia e dell’adolescenza. Di tutte le conseguenze dell’accettazione, la più importante è che il figlio si sente amato. Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati. La psicologia sta solo adesso cominciando a prendere atto dell’immenso potere insito nel sentirsi amati: è un sentimento che promuove la crescita mentale e fisica, ed è forse l’agente terapeutico più efficace che si conosca per riparare danni psicologici o fisici.

L’accettazione va dimostrata chiaramente. Non basta provare accettazione per un figlio, occorre anche che il figlio si senta accettato. Se l’accettazione del genitore non è percepita dal figlio, è facile che non abbia alcun effetto su di lui. Il genitore deve imparare a manifestare la propria accettazione in modo che il figlio la percepisca. Per farlo, occorrono abilità specifiche. I genitori, per lo più, considerano l’accettazione come qualcosa di passivo: uno stato d’animo, un atteggiamento, un sentimento. È vero, l’accettazione ha origine da un moto interiore, ma per essere una forza effettivamente capace di influenzare l’altro dev’essere comunicata o dimostrata attivamente. Non posso essere sicuro che l’altro mi accetti finché non me lo dimostra attivamente.

Gli psicoterapeuti e i consulenti, la cui efficacia dipende in gran parte dalla capacità di dimostrare una reale accettazione del paziente, impiegano anni per perfezionare questo atteggiamento nel proprio stile di comunicazione. Attraverso un tirocinio specifico e una lunga esperienza, questi professionisti acquisiscono le abilità specifiche per comunicare accettazione. Imparano che essere o non essere d’aiuto dipende molto da ciò
che dicono. La parola può guarire e indurre un cambiamento costruttivo. Ma dev’essere il giusto tipo di parola. La stessa cosa vale per i genitori. Il modo di rivolgersi ai figli determina l’efficacia o la distruttività

Pochi genitori possiedono queste doti terapeutiche per natura e sanno servirsene spontaneamente; la maggior parte deve innanzitutto disimparare le modalità disfunzionali, per poi imparare a comunicare in modo più costruttivo. Si tratta innanzitutto di prendere coscienza del proprio modo abituale di comunicare per coglierne gli aspetti distruttivi o non terapeutici. In seguito è necessario istruirli su nuovi modi di interagire con i figli.

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