Buongiorno Amici della Scuola di Bambinologia e benvenuti alla terza lezione del nostro corso Competenze per la vita: l’individuo al centro.

Nel nostro percorso abbiamo analizzato finora le diverse dimensioni dell’intelligenza emotiva, focalizzandoci in modo particolare sugli aspetti emotivo-sociali. La declinazione più concreta di questi aspetti è rappresentata dalla comunicazione, verbale e non verbale (per approfondire questo tema, vi suggeriamo il nostro approfondimento dedicato).
Qui vogliamo riflettere su come, sebbene influenzato da fattori sociali e culturali, il concetto di comunicazione sia universalmente sintetizzabile con “essere in relazione”. Lo studio delle relazioni interpersonali ha acquisito rilevanza negli ultimi anni, in modo particolare nel mondo occidentale. I più recenti filoni di ricerca si sono occupati di indagare come variano le relazioni interpersonali e la comunicazione nelle diverse culture, in relazione agli aspetti etici ed emici.

LA COMUNICAZIONE COME RELAZIONE, L’INTELLIGENZA EMOTIVA COME TRADUTTORE

La comunicazione e la cultura, da sempre, si influenzano reciprocamente. È impossibile studiare la comunicazione in un “ambiente sterile”, isolato dal contesto sociale. Ed è altrettanto vero che, grazie alla comunicazione, l’intelligenza emotiva si manifesta come sommatoria di elementi psicologici, sociali ed antropologici. In un paper scritto da Andy Molinsky per la Harvard Business Review nel 2015, troviamo uno spunto di riflessione molto interessante: la manifestazione delle proprie emozioni varia da cultura a cultura e pertanto non rende così semplice la comunicazione. Ad esempio, nel mondo occidentale è abbastanza fisiologico mostrare entusiasmo per un successo, sorridere, cercare un contatto fisico come rinforzo positivo, quale ad esempio una stretta di mano. Nel mondo orientale tutto ciò va contenuto, controllato, perché l’autodisciplina è un fattore importante nella relazione con gli altri.

Perché dunque, fatta questa premessa, parliamo di intelligenza emotiva come linguaggio universale e universalmente valido? A nostro avviso, è proprio l’intelligenza emotiva a costituire la base per una comunicazione che sia vera relazione. Per trasformare l’intelligenza emotiva in una sorta di “traduttore universale” occorre lavorare sulle sue componenti sociali.

A questo proposito si sono espressi nel 1990 Salovey e Mayer, definendo l’intelligenza emotiva come l’abilità di percepire, capire, utilizzare e gestire le emozioni. Questa teoria si focalizza sulle abilità emotive che possono essere allenate attraverso l’esperienza quotidiana: esse sono in parte innate, in parte influenzate dalla cultura che fornisce strutture, linee guida, aspettative e regole di comportamento. Questi elementi vengono forniti dalle famiglie, dal sistema educativo e dalla società, attraverso un processo continuo di socializzazione che, a partire dalla primissima infanzia, coinvolge l’individuo per tutta la sua esistenza.

Per riassumere, sin dal 1872, quando Charles Darwin ha teorizzato l’universalità delle emozioni e delle loro espressioni, gli studiosi sono convinti che esse si riscontrino nello stesso modo in tutti gli individui, a qualsiasi latitudine del globo. Oggi gli studi sull’intelligenza emotiva e sul fatto che essa possa essere ragionevolmente allenata, ci portano a concentrare la nostra attenzione sul fattore educativo: se è vero che le emozioni sono universali, ma cambia il modo di esprimerle, l’intelligenza emotiva, se ben allenata, diventa un potentissimo veicolo di comunicazione, rispettosa del prossimo e di se stessi.

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