Buongiorno Amici della Scuola di Bambinologia e benvenuti alla quarta lezione del corso Competenze per la vita: l’individuo al centro.

Nella precedente lezione abbiamo esaminato brevemente il rapporto tra intelligenza emotiva e fattori culturali, analizzando come la cultura in cui cresciamo influenzi il nostro modo di vivere le emozioni. Ci siamo inoltre interrogati su come l’intelligenza emotiva possa costituire un ponte tra diverse culture e rendere davvero la comunicazione un essere in relazione.
Ora facciamo un ulteriore passo avanti, riprendendo una breve affermazione dello psicologo Paul Ekman, psicologo americano che per anni ha condotto studi sulle emozioni e sulle relazioni tra emozioni ed espressioni facciali: “Persino quando proviamo le stesse emozioni, le sperimentiamo diversamente; abbiamo differenti attitudini e diversa consapevolezza di esse. Persino all’interno della stessa cultura o di una stessa famiglia, le persone sentono le emozioni con una diversa intensità“.

IL DESTINO DELLE PAROLE

Che cosa significa tutto ciò, che siamo forse indecifrabili, che nessuno può davvero entrare nel nostro mondo? Niente di tutto questo: significa ribadire un concetto sempre valido, ovvero che la comunicazione, se ben
indirizzata, è la nostra più grande risorsa.
Per questo, nella nostra lezione, vi parleremo del destino delle parole, proponendovi alla fine della riflessione un brano scelto dal libro di Eugenio Borgna che ormai stiamo usando come testo di riferimento per questo percorso.

Partiamo però dall’elemento chiave attraverso cui manifestiamo la nostra intelligenza emotiva nella comunicazione, ovvero l’empatia. L’origine della parola empatia viene attribuita allo psicologo tedesco Theodore
Lipps: egli indicava con questo termine la comprensione emotiva dei sentimenti di un’altra persona. In tempi più vicini, Sam Keen, nel 2007, ha descritto l’empatia come la capacità di riconoscere i sentimenti degli altri, partecipando così all’esperienza emozionale di un altro, senza diventare parte di essa.

A questo proposito è utile sottolineare che ci si può allenare ad essere empatici: il primo studioso ad evidenziare questo aspetto è stato William Fairbairn, medico e psicoanalista scozzese che ha distinto i concetti di “symphathy” ed “emphathy”. La prima, che potremmo tradurre con il vocabolo “comprensione”, è qualcosa di immediato, incontrollato, irrazionale.
L’empatia è invece una competenza, un’attitudine della vita, che può essere sviluppata, allenandoci a comunicare correttamente e a capire le esperienze ed i sentimenti altrui.

La principale palestra dell’empatia è la comunicazione: ogni relazione positiva è basata sulla scelta delle parole giuste, al momento giusto. Per lavorare efficacemente sulla comunicazione, è importante
focalizzarci sui seguenti aspetti:

  • comprensione emotiva:  significa capire il problema dal punto di vista
    dell’altro
  • rispetto: significa accettare l’altro così com’è, senza il filtro del
    pregiudizio
  • autenticità: non possiamo capire, se non ci facciamo capire,
    mostrandoci per quello che siamo veramente, senza ipocrisie
  • calore umano: l’empatia si manifesta attraverso una mentalità positiva
  • focalizzazione: capire le emozioni dell’altro

Vi lasciamo come spunto di riflessione un breve stralcio dal testo di Eugenio Borgna (Parlasi: la comunicazione perduta, che vi abbiamo già proposto nelle lezioni precedenti), intitolato “Il destino delle parole”: “Le parole, una volta dette, non ci appartengono più, e sono determinanti nell’aprire i cuori alla speranza, o nel condurli alla disperazione. Le parole cambiano il loro significato nella misura in cui si accompagnano al linguaggio del corpo vivente, del sorriso e delle lacrime, degli sguardi e dei gesti, e anche al linguaggio del silenzio: sí, anche il silenzio parla, bisogna saperlo ascoltare, ed esserne in dialogo senza fine“.

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