Buongiorno Amici della Scuola di Bambinologia e benvenuti alla prima lezione del modulo dedicato all’intelligenza emotiva, all’interno del percorso formativo Competenze per la vita: l’individuo al centro.

COS’È L’INTELLIGENZA EMOTIVA E PERCHÉ È COSÌ IMPORTANTE

L’interesse per il tema dell’intelligenza emotiva è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, coinvolgendo sia l’ambiente accademico sia la letteratura popolare. Esistono numero programmi e corsi volti a presentare l’importanza dell’intelligenza emotiva e, anche, a dare consigli su come potenziarla nell’ambito di scuole, organizzazioni ed istituzioni in genere.
Molte ricerche si sono focalizzate sulla messa a punto di sistemi di misurazione dell’intelligenza emotiva. In questa prima lezione esamineremo il modo in cui i ricercatori, afferenti nella quasi totalità dall’ambito psicologico, hanno definito l’intelligenza emotiva e quali sono i principali modelli di riferimento.

INTELLIGENZA EMOTIVA: UN PO’ DI STORIA

Il concetto di intelligenza emotiva, così come lo conosciamo oggi, è frutto di un lungo percorso di ricerca e del contributo di molti psicologi. Ci sembra utile partire un po’ da lontano, per arrivare agli autori noti ai giorni nostri, quali ad esempio Daniel Goleman, con l’obiettivo di mostrarvi come l’intelligenza emotiva sia un tema che sta a cuore all’uomo da sempre, forse perché ne rappresenta la sua più intima essenza.

Nel 1920 lo psicologo americano Edward Thorndike catalogò e descrisse differenti tipologie di intelligenza, tra cui l’intelligenza sociale, cioè la capacità di gestire le relazioni interpersonali. Successivamente, nel 1958, David Wechsler, l’ideatore del test denominato WAIS (Wechler Adult Intelligence Scale), descrisse sia gli elementi razionali, sia quelli irrazionali dell’intelligenza, evidenziando come gli elementi irrazionali, quali ad esempio l’affettività, i fattori personali e sociali, potessero essere considerati dei predittivi del successo nella vita. Più di recente, nel 1983, Edward Gardner definì il concetto di intelligenze multiple, atttribuendo crescente importaza alle espressioni emotive nell’ambito del comportamento organizzativo.

Secondo Gardner, l’intelligenza emotiva include due delle sette tipologie di intelligenza di cui dispone l’uomo:

• intelligenza interpersonale
• intelligenza intrapersonale
• intelligenza logica
• intelligenza verbale
• intelligenza visuale
• intelligenza cinestetica
• intelligenza musicale

Ad esempio, secondo lo studioso l’intelligenza intrapersonale è la capacità di autoregolarsi in relazione al contesto sociale.

I principali teorici contemporanei dell’intelligenza emotiva sono Salovey e Mayer, Bar-On ed infine Goleman. Nel 1990 Salovey e Mayer hanno definito l’intelligenza emotiva “un sottoinsieme dell’intelligenza sociale che riguarda la capacità di monitorare e discernere tra sentimenti ed emozioni propri ed altrui, riconoscendoli e distinguendoli ed usandoli come guida per il pensiero e l’azione.
Reuven Bar-On ha contribuito nel 1997 a definire il Quoziente Emotivo, considerando l’intelligenza emotiva come la capacità di comprendersi gli uni gli altri, in modo empatico e sapendo fronteggiare i diversi scenari che si presentano via via nella vita (adottando quindi un approccio resiliente). Successivamente i due studiosi hanno rivisto loro descrizioni dell’intelligenza emotiva, descrivendola come la capacità di sentire accuratamente ed esprimere emozioni.

Questi due preziosi filoni di ricerca, in particolare il lavoro di Salovey e Mayer, sono stati fonte di ispirazione, negli Anni Novanta, per Daniel Goleman, lo psicologo e scrittore che più di tutti ha contribuito all’affermazione del concetto di intelligenza emotiva ed al suo studio. Nel 1995 Goleman ha scritto un libro intitolato “Emotional Intelligenze: why it can matter more than IQ”: in esso, l’autore ha concettualizzato gli ambiti di studio dell’intelligenza emotiva, suddivinendoli in dimensione sociale, dimensione psicologica, sviluppo delle risorse umane.
Arrivati a questo punto del nostro breve excursus, vogliamo porvi una domanda e riflettere insieme: che cosa accomuna tutti gli studi che abbiamo presentato? Quale elemento si ritrova in tutti gli autori?

INTELLIGENZA EMOTIVA: LAVORARE SUL COSTRUTTO, NON SULLA DEFINIZIONE

Se analizzate bene gli autori proposti, ma prima ancora di loro Aristotele e Seneca (e molti altri), hanno sentito il bisogno di dare un nome al nostro “motore irrazionale”: che cos’è l’intelligenza emotiva, se non la nostra capacità di mettere a frutto il nostro potenziale irrazionale, rendendolo compatibile con la razionalità ed aumentandone l’efficacia?
L’elemento comune in tutte le formulazioni che abbiamo visto dell’intelligenza emotiva è la necessità di comprendere e di comprendersi, di sfruttare il potenziale dell’emozione nell’interazione sociale.
A prescindere dalla sua importanza come elemento predittivo di successo, come risorsa per la vita sociale, l’intelligenza emotiva è una nostra competenza , la nostra capacità di orientarci in un campo specifico, in questo caso le emozioni.

Ed è qui che è bene ribadire che, per far sì che l’intelligenza emotiva venga davvero messa a frutto, è necessario superare la definizione per arrivare al costrutto: attraverso letture, esercizi, riflessioni ognuno di noi deve indagarsi in modo introspettivo, per scoprire come l’intelligenza emotiva influenza la nostra vita e come invece può migliorarla. Solo così passeremo dalla teoria alla pratica (che è un po’ l’obiettivo di questo percorso formativo), al netto di questi cenni introduttivi.

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