Compiti a casa: cinque consigli per genitori “allenatori emotivi”

Negli ultimi mesi la diatriba sull’utilità o meno dei compiti a casa si è fatta via via più accesa. Ci eravamo espressi anche noi in merito, sottolineando, con un filo di ironia, che spesso il “basta compiti” non rappresenta l’apoteosi di un’avanguardia educativa per il bambino, ma semplicemente il segnale palese di una scarsa voglia del genitore di “sciropparsi” tabelline e corsivi. Detto questo (e anche ribadito!), i compiti sono utili nella misura in cui vengono vissuti con lo spirito giusto.

Tutti, compresi noi adulti, avremmo voglia di disporre di più tempo libero per rilassarci e divertirci. Tutti, ri-compresi noi adulti, dobbiamo fare i conti con una realtà in cui tocca barcamenarsi tra lavoro e faccende che spesso non abbiamo voglia di portare a termine. Che fare?

Proviamo a pensare ai compiti e al lavoro, come a una parentesi, una focalizzazione su un momento specifico di allenamento. Poi, direte voi, ci sono tanti modi di apprendere e questo è vero. Però possiamo iniziare a lavorare insieme, genitori e bambini, sul fatto che tutti noi abbiamo una piccola responsabilità quotidiana: vivere questo momento come una progressiva conquista dell’autonomia personale può essere un cambio di prospettiva piuttosto stimolante.

SPUNT-ESERCIZIO: trasformiamo i compiti in una palestra emotiva

Come vi abbiamo raccontato in un recente articolo, i genitori dovrebbero essere in primo luogo allenatori emotivi. Significa saper sviluppare strategie per motivare i nostri piccoli, senza necessariamente ricorrere a minacce o urla. Proviamo dunque a vivere i compiti come una “palestra emotiva”. Lavoreremo su motivazione, autonomia e regole (per grandi e bambini)

Prima cosa: crediamoci
Se per primi noi adulti riteniamo i compiti un’inutile perdita di tempo, non possiamo pretendere che i bambini siano motivati a farli. In realtà possono essere un validissimo aiuto per:

  • Socializzazione: il bambino impara a confrontarsi con la dimensione del dovere
  • Autonomia: il bambino impara ad organizzarsi e a perseguire gli obiettivi, vincendo la frustrazione
  • Autostima: il bambino impara a gestirsi, a fare da sé, vincendo la paura del fallimento

Questi tre punti servono anche agli adulti, perchè spesso il beneficio del compito viene sottovalutato, a favore della falsa credenza che rappresenti una perdita di tempo (che poi spesso siano noiosi, questo è un altro paio di maniche …)

Seconda cosa: evitiamo lo stress, con le buone abitudini
Mai lasciare al caso lo spazio di tempo dedicato ai compiti, dato che l’organizzazione familiare e personale sono fondamentali. Provate a instaurare una “compiti-routine”: ad esempio stabilite che il sabato mattina debba essere lo spazio dedicato ai compiti e che in quel tempo andranno finiti, così da beneficiare del resto del weekend per attività ludiche. Compatibilmente con gli impegni, cercate di non arrivare all’ultimo minuto, generando ansia e proteste.

Terzo consiglio: trovate la giusta location
L’ordine ed il silenzio sono preziosi ausilii: spesso i compiti vengono fatti distrattamente in una cameretta piena di giochi, con di fianco la Play Station pronta all’uso e noi adulti in giro per casa a chiacchierare o parlare al telefono. Così si rischia soltanto la dilatazione del tempo dedicato allo svolgimento del compito, a causa della mancanza di concentrazione.

Quarto consiglio: siate allenatori pazienti
Cercate, per quanto possibile, di intervenire poco e di aver pazienza quando lo fate. E’ un grande sforzo e lo sappiamo bene, perché spesso i bambini se ne escono con le richieste più strampalate mentre state cercando di spiegar loro qualcosa. Però cercate di resistere e di assisterli, spronandoli a ragionare con la propria testa. E’ il modo migliore per aiutare a sviluppare l’autostima e la fiducia in se stessi.

Quinto e ultimo (ma fondamentale) consiglio: non sostituitevi ai vostri figli
La tentazione c’è sempre: faccio io che faccio prima, così poi usciamo. Questo, oltre ad essere un atto di profondo egoismo (le cose vanno chiamate con il loro nome!), rappresenta il crollo completo dell’utilità del compito. Non per l’atto in sé, ma per il messaggio che implicitamente passiamo al bambino: se vuoi, la regola si può aggirare.

Se crediamo un minimo che la buona educazione dipenda anche dal rispetto delle regole, il compito è il giusto banco di prova: noioso, a volte antiquato, spesso bistrattato a favore di nordici modelli illuminanti. Però c’è e c’è sempre stato: e forse, vederlo per ciò che realmente è, cioè un modo per imparare la responsabilità, può aiutarci a recuperare anche altri valori che oggi stentano ad emergere.

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