Compiti per le vacanze: sono un esercizio utile o una tortura?

Le vacanze di Natale sono alle porte e, come sempre, ci si trova a fare i conti con l’annosa questione dei compiti per le vacanze.  Tra chi li ritiene utili e necessari e chi vorrebbe abolirli, i compiti sono una presenza fissa nel panorama scolastico italiano. Leggiamo insieme cosa suggerisce il Dirigente Scolastico Maurizio Parodi e le nostre domande critiche. 

LA POSIZIONE DI MAURIZIO PARODI

Maurizio Parodi, Dirigente Scolastico e principale animatore del movimento “Basta Compiti” in Italia pubblica, in occasione delle vacanze natalizie, questa circolare:

Invito tutti i docenti a non assegnare compiti per le prossime vacanze natalizie, ché sono degli studenti e non dei loro insegnanti (spesso i soli a goderne: un assurdo nell’ossimoro), spiegando ai molti genitori che sicuramente li chiederanno (anzi li pretenderanno) il senso di una scelta dettata da chiare motivazioni pedagogiche, psicologiche ed etiche (quando, in verità, basterebbe il riferimento a un minimo di buon senso).

I compiti per le vacanze:

  • violano il diritto al gioco, al divertimento, allo svago sancito dalla Convenzione sui diritti dei bambini e dei ragazzi (cioè, infrangono una legge dello Stato) che la “superiore” pianificazione del calendario scolastico ha inteso garantire: se si stabiliscono periodi di riposo, di vacanza, questi devono essere rispettati;
  • impediscono alle famiglie di ritrovarsi serenamente, senza lo stress di impegni soverchianti che causano sofferenze, litigi, pianti, punizioni, rinunce dolorose, rabbia;
  • relegano bambini e ragazzi nel chiuso delle case, soli, chini sui libri, costretti per ore e ore allo svolgimento di compiti che non potranno essere adeguatamente corretti (i docenti non avrebbero tempo per altro);
  • non determinano effetti apprezzabili rispetto all’acquisizione di conoscenze e competenze, non lasciano segno alcuno (non c’è in-segnamento): si tratta di un sapere usa e getta, come possono confermare tutti i docenti che non li danno (e ve ne sono, in scuole di ogni ordine e grado);
  • aggravano la condizione di chi sia già svantaggiato, penalizzano chi viva in ambienti deprivati, chi non abbia genitori istruiti, solleciti o abbienti (le lezioni private costano), e suscitano odio per lo studio, ripugnanza per la scuola, disgusto per il libro.

Ingiustificabile, se non come espressione di pervicace accanimento, riconducibile a una nefasta pedagogia della sofferenza, la decisione di privare gli studenti di prerogative il mancato rispetto delle quali non sarebbe ammesso e tollerato da nessuna categoria di lavoratori: cosa accadrebbe se un “datore di lavoro” imponesse ai propri dipendenti di svolgere a casa le mansioni assegnate: tutti i giorni, oltre l’orario di servizio, durante i fine settimana, le vacanze e i periodi di ferie?

Bambini e ragazzi sono tanto più bisognosi di tempo libero, di riposo, di ricreazione; un diritto fondamentale, lo si ribadisce, sancito per legge, che sarebbe non solo controproducente sul piano cognitivo ma soprattutto inqualificabile sotto il profilo etico limitare o addirittura disconoscere.

Più che di pedagogia, trattasi di umana (in)sensibilità.

Augurando “a tutti”, buone vacanze, distintamente saluta.

Il dirigente scolastico
Maurizio Parodi

MA DAVVERO I COMPITI SONO “PEDAGOGIA DELLA SOFFERENZA?

Secondo noi, i compiti delle vacanze sono un argomento che rischia di essere frainteso: la classica situazione in cui si fa di tutta l’erba un fascio.

Cominciamo dicendo che i compiti, al momento, sono lasciati alla sensibilità (e professionalità) di ciascun insegnante, che dovrebbe valutare attentamente il carico di lavoro che sta assegnando ai suoi studenti. Quindi: siamo contrari a chi assegna una mole di compiti da quattro ore di lavoro giornaliero, a chi assegna due libri da leggere durante le vacanze o a qualsiasi obbligo da parte dell’insegnante che andrebbe svolto nel tempo extrascolastico?

Proseguiamo dicendo che bisognerebbe comparare seri studi pedagogici che mettano a confronto le scuole compiti sì e quelle compiti no: non si può certo utilizzare come metro di riferimento il sistema anglosassone e americano, che ha orari e consuetudini radicalmente diverse da quelle del nostro paese. E se si parla di studi comparativi, ci vuole rigore statistico e psicometrico, non è sufficiente citare qualche caso d’eccellenza (che c’è, ma rimane un caso!). Quindi: attenzione a dire che le scuole che non assegnano compiti sono migliori delle altre!

E poi: supponiamo di eliminare i compiti alla scuola primaria. E alla secondaria di primo grado? E a quella di secondo grado? E in Università? E nel mondo del lavoro? Rifiuteremo qualsiasi compito che non ci aggradi?

Il punto, che noi non abbiamo ancora individuato (ma invitiamo tutti i nostri lettori a dibattere e argomentare insieme) è una chiara visione pedagogica in questo movimento. Come a dire: sì, è popolare presso alcuni genitori ed insegnanti, fa tendenza, ma come possiamo inquadrarlo nel puzzle più complesso che è la loro educazione? E se si parla di educazione con l’intenzione di fare del bene ai ragazzi, è necessario chiarire questa “vision” e capire al meglio come la scelta “basta compiti” potrà aiutarli nello sviluppo e nella vita.