COSA VUOI FARE DA GRANDE? AVERE UN FUTURO

cosa farò da grande

Quando chiediamo a un bambino “Cosa vuoi fare da grande?”, la risposta arriva immediata: l’attrice di Hollywood, il veterinario dei cavalli, il giocatore di videogames o anche, con un po’ di fantasia, il domatore di dinosauri.

Quando si è piccoli, il futuro non è un problema, tutto è bello e raggiungibile, ma appena si varca la soglia dell’adolescenza la situazione cambia. Le aspirazioni di quando si era bambini iniziano a prendere una forma più concreta e le idee diventano confuse. Non si è più sicuri dei propri interessi e delle proprie inclinazioni, la scelta di un percorso di studi sembra un’impresa impossibile, si ha paura di sbagliare e nasce l’ansia.

Chi, poi, dei progetti di vita li ha, pensa che non riuscirà mai a realizzarli, perché lo dice anche la tv che non c’è lavoro, c’è la crisi, non ci sono più le condizioni economiche e sociali di una volta, non c’è spazio per i giovani, eccetera, eccetera.

Qualche anno fa, lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet in merito all’uscita del suo libro “Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli” disse che “ai giovani sta morendo il futuro, e assieme al futuro muore la speranza, l’autenticità, il piacere di vivere per crescere e diventare se stessi. E’ necessario, perciò, aiutarli a rilanciare la lotta per conquistarlo”.

SERVE UN NUOVO UMANESIMO, A SCUOLA E IN FAMIGLIA

Ma cosa possono fare i genitori? E la scuola?

“Anche in un momento particolare come questo attuale, in cui la rassegnazione e la rinuncia potrebbero sembrare realistiche, la prima cosa che devono fare i genitori è non trasmettere pessimismo», dice lo psichiatra, « gli scenari apocalittici trasmettono un messaggio insopportabile per la mente degli adolescenti”.

Secondo Charmet l’educazione deve puntare a sostenere i ragazzi a realizzare il loro progetto, a impadronirsi della loro vocazione senza che i genitori proiettino sui figli quelle aspirazioni che non sono riusciti a realizzare nella propria vita. Bisogna aiutarli a fare la sintesi dei loro sogni infantili e a definire meglio la loro identità sociale, cioè quel sé sociale che non è più il figlio o lo studente, ma è una persona che aspira ad andarsi a collocare in un contesto più allargato.

Ciò che è importante è riuscire a comunicare ai giovani la speranza dell’esistenza di un futuro in cui potranno realizzarsi: «I genitori dovrebbero far capire ai ragazzi che toccherà a loro inventare un nuovo modello di sviluppo, meno consumistico, più sobrio e attento al rispetto dell’ambiente e della natura. Sono loro gli eroi che salveranno l’intero pianeta. Se si riuscisse a trasmettere questo ai nostri ragazzi, forse avrebbero una visione del futuro più interessante e avventuroso, anche più felice».

Ma in tutto questo la scuola che ruolo ha? «Strutturata com’è oggi, la scuola non è in grado di soddisfare l’esigenza dei ragazzi di capire se stessi e il mondo che li attende», afferma lo psichiatra. «La nostra scuola è vecchia», continua, «sono vecchi i programmi, sono vecchi i metodi d’insegnamento, sono vecchi i professori e sono vecchi anche gli obiettivi che si prefigge di raggiungere». In altre parole non li prepara a quello che sarà il loro debutto sociale, non gli insegna a sviluppare le competenze necessarie, non li allena ad affinare i loro talenti, e questo i giovani lo percepiscono e lo vivono con ansia perché si sentono senza una vera guida.

Charmet auspica, perciò, la nascita di una sorta di nuovo umanesimo: «La scuola, oltre all’insegnamento delle varie discipline scolastiche, dovrebbe puntare alla formazione globale del ragazzo, cercare di sviluppare la creatività, la formazione, l’educazione e la crescita umana della persona».

Non c’è dubbio che è necessario, da parte delle istituzioni e dei genitori, dare un segnale ben preciso, cioè di voler dare un taglio con una certa devozione del passato, che il ragazzo non sente come un suo problema. «Gli adolescenti sono preoccupati per il loro futuro più che per il loro passato», afferma Charmet, «non è l’infanzia a farli soffrire ma la crescita». Perciò aiutiamoli a crescere.

a cura della dott. sa Alessandra Gaeta,
giornalista professionista