Cos’è normale per un bambino o com’è fatto un bambino “normale”?

Sono due domande molto diverse, che ieri ci siamo posti a seguito del grande successo di una vignetta che abbiamo condiviso.
Si tratta di una riflessione che parte dalla definizione di ciò che è normale per un bambino, in una società che ci vorrebbe, come ribadito più volte, perfetti e standardizzati.
In un simile contesto è normale che un bambino che salta, non sta mai fermo, parla “a macchinetta”, finisca sotto la lente di ingrandimento di chi resta sgomento di fronte al tempo che dovrà dedicargli.
Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse“, diceva Robin Williams in “L’attimo fuggente” di Peter Weir.

Anche i genitori sono chiamati a guardare le cose da angolazioni diverse, ricordandosi in primo luogo di essere stati bambini e, successivamente, che non possiamo chiedere ai bambini di non essere tali.
Salteranno, parleranno, non staranno mai fermi … Ed è tutto normale, dove per normale non si intende che chi non si comporta così non lo è, ma semplicemente che bisogna accettare l’essere bambini per quello che è, non per quello che la società vorrebbe che fosse.13598913_10154435579702369_1215290739_n

Ed è qui che vorremmo spendere due parole sulla diversità, intesa in questo caso come contrapposizione tra bambino ed adulto. Perchè un bambino è diverso da un adulto, lo è fisiologicamente. Solo che fa comodo dimenticarsene e quindi risulta quanto mai naturale stupirsi se si muove, se corre, se ha mille energie che noi non abbiamo più e non sappiamo trovare.

Impariamo da questa ricchezza a lasciarci andare, a non chiederci che cosa è normale, ma a vivere senza pregiudizi, che è poi il primo passo verso l’accettazione della vera diversità che, ricordiamolo, resta ricchezza e deve essere tale per poter parlare davvero di inclusione.

Genitori, ansie e pregiudizi: come superare i limiti dell’essere “grandi”?

Il pregiudizio può essere definito come giudizio superficiale non avvallato da fatti, ma da opinioni. Spesso è alla base di azioni e comportamenti senza che nemmeno ce ne accorgiamo, condizionando le nostre relazioni sociali ed ostacolando a volte appunto le opportunità di contatto, incontro, esplorazione, scoperta che sono i fondamenti dei rapporto con l’altro.
Abbiamo pregiudizi verso l’essere piccoli? Probabilmente sì, nel momento in cui ci chiediamo cosa è normale per un bambini. Non si tratta di opinioni innate, ma di idee che poggiano sul fondamento delle influenze familiari, ambientali, sociali, e si strutturano già dalla prima infanzia.

Entrare in relazione con l’altro innegabilmente significa entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è “diverso” da me. E attraverso questo gesto, oltre a sviluppare maggiore coscienza della mia identità, io posso diventare più ricco, dell’alterità riconosciuta.

Vale anche nel rapporto adulto-bambino. Probabilmente saremo travolti e disorientati dall’energia dei più piccoli, ma perché la società non ci consente più di trovare il tempo da dedicare a tutta questa energia: li vorremmo fermi, ordinati, responsabili e possibilmente silenziosi. Li vorremmo non bambini.




Il paradigma educativo parte dall’accettazione del fatto che un bambino è un fiume in piena, che va arginato quando serve, ma non può essere costretto in una diga. Strariperà, perché il bello di essere piccoli è questa energia intensa e continua che permette l’apprendimento e l’esplorazione.

Un’indagine Eurispes di qualche tempo fa evidenziava come in testa alle preoccupazioni dei genitori italiani c’è la felicità dei figli, seguita dalla paura di non saper comprendere le esigenze ed i problemi del figlio a causa del distacco di conoscenze ed esperienze che si fa sempre più ampio. Impariamo a dialogare, ma soprattutto ad accettare che un figlio deve compiere un percorso e che questo percorso parte proprio dai salti, dalle ginocchia sbucciate, dalle macchie di fango sulle scarpe e sui pantaloni.
Abituiamoli a pensarsi liberi di provare, se vogliamo essere pronti a non domandarci cosa è davvero normale.13624470_10154435579712369_189467554_n

Cosa vorresti per i tuoi figli in futuro? Che siano diversi!

Se il desiderio fisiologico di ogni genitore è la felicità del figlio, altrettanto spesso questo desiderio coincide con l’assimilazione ai canoni che ci vengono imposti.
Lo si vede da piccoli, quando ci si chiede con sempre maggior frequenza se un bambino è iperattivo; lo si ritrova da grandi, quando la deviazione dallo standard genera paure e ansie ancora più grandi.
Essere genitori significa abbandonare la paura del confronto con la media, imparando a non annullare la “diversità” che ci rende tutti così meravigliosamente unici.




Oggi si tende a lavorare più sul collettivo che sull’individuo, a creare universi omologati, comunità di simili dove il singolo si deve identificare con il gruppo e la pluralità dei soggetti non sempre viene rispettata. Così l'”alterità” e la “diversità” vengono attribuite non a ciascun individuo in quanto essere differente da un altro, ma solo ad alcuni che presentano “particolari caratteristiche” che li rendono dissimili rispetto all’omologazione dei gruppo.
Per questo, sempre più spesso e volendo ampliare il tema, la presenza dei cosiddetto “diverso” nella società come a scuola genera conflitti, mette in crisi il normale funzionamento dei sistema.

Finché  la “diversità” verrà intesa in chiave negativa, come “minaccia” della propria identità, la presenza dei “diverso” frequentemente genererà sentimenti di paura, ansia, sospetto.

Basti pensare a quanto la presenza di alunni stranieri, diversamente abili, o dei cosiddetti alunni difficili abbia creato in passato ( e talvolta crei ancora) notevoli timori negli educatori e difficoltà relazionali all’interno dei gruppo.
Ricordiamoci allora di salire in cattedra, ma solo perché guardando da una prospettiva diversa avremo una visione più ampia. Impariamo a non chiederci cosa è normale per un bambino. Verrà molto più semplice un domani insegnargli che la diversità, tutte le diversità, sono una grande ricchezza.

Articolo a cura di Alessia De Falco