Penso da tempo che il peggior errore della nostra società sia il modo in cui tratta le sue generazioni più giovani: da un lato le protegge in maniera eccessiva, dall’altro le scoraggia ripetendo in continuazione che non ci sarà futuro. Io penso che assecondare, o peggio stimolare vittimismo e paura, sia un meccanismo suicida, i giovani andrebbero incoraggiati, orientati e si dovrebbe investire molto di più sulla loro formazione. E quando sento ripetere che queste nuove generazioni sono più deboli e impreparate di quelle che le hanno precedute mi viene un gran fastidio, prima di tutto perché queste cose si sono sempre dette (basta farsi un viaggio nelle lettere al La Stampa di mezzo secolo fa per scoprire che si diceva già allora di chi oggi ha settant’anni), secondo poi perché se anche fosse vero la responsabilità dovrebbero prendersela un po’ i grandi, quelli che li hanno educati, li hanno cresciuti e hanno costruito questa Italia che gli lasceremo in dote.

 

Mario Calabresi

Quando parliamo di educazione, sempre più spesso il discorso gira attorno al fallimento di sistemi e relazioni, alla necessità o meno di autorità, alla revisione dei modelli del passato o alle prescrizioni astratte per il futuro.

Quando parliamo di educazione, sentiamo spesso parole come fragilità: degli individui, delle relazioni, del contesto in cui si opera. Caducità, frammentarietà, disomogeneità sono parti stesse del nostro essere e del nostro modo di comunicare.

Pensiamo all’arte contemporanea: negli anni, sono proliferate tecniche e sperimentazioni che hanno trasformato l’opera d’arte in un mondo di suoni, senzazioni tattili, performance, eventi e materiali che non resistono al tempo. Quell’arte un po’ ci rappresenta: è sempre più difficile parlarsi davvero, capirsi davvero, ammesso che non è mai stato semplice.

E’ facile scrivere parole che scompaiono, lasciarsi andare a commenti sull’onda emozionale. Perché si parla tanto di emozioni? Perché viviamo quasi solo di ondate emotive, senza trasformare la forza di quelle emozioni in azione. Per noi e per i nostri figli.

E’ facile trovarsi l’alibi della scuola che non funziona, dei genitori che non sanno fare i genitori e degli insegnanti che non sanno fare gli insegnanti. E’ ancora più semplice scrivere le epigrafi, quelle che poi tanto facilmente attecchiscono sulle nostre pagine Facebook.

L’EDUCAZIONE È CAMBIAMENTO

È difficile tradurre queste epigrafi in stile di vita; è difficile trovare la vera passione, non fermarsi al “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Educare significa credere nel potere del cambiamento. Per non lasciare che questa sia solo una bella frase, dobbiamo trovare dentro di noi la motivazione, far sì che la passione per la vita, la nostra forza, diventi essa stessa parte della relazione.

Come?

Oggi partiamo dalla motivazione. Abbiamo parlato qualche giorno fa di come l’apprendimento in un ambiente positivo sia migliore. La vera domanda è: come faccio a creare quell’ambiente positivo in uno scenario influenzato anche dal mio vissuto quotidiano e dal vissuto di chi mi ascolta? Un vissuto che non sempre è “rose e fiori”?

ESEMPIO N. 1

Pensate di dover passare un pomeriggio con vostro figlio dopo una notte insonne, magari perchè un figlio più piccolo ha avuto le coliche e siete state/i in piedi a cullarlo.

ESEMPIO N. 2

Immaginate di dover andare a lezione, sapendo che vi troverete davanti 30 bambini urlanti e che magari dovete cercare di resistere perché dopo dovrete tornare dai vostri di bambini, o ad accudire vostro padre malato.

Come?

Bisogna diventare motivatori motivati. Bisogna crederci, fino alla fine. Bisogna trovare la forza di vivere la propria vita come una missione.

Bisogna ritrovare ogni giorno la motivazione, anche quando siamo tristi, stanchi, non ci sentiamo compresi, vorremmo che le cose andassero diversamente. Perché, se è abbastanza semplice trovare la motivazione iniziale, lo è meno darsela ogni giorno, di fronte a nuove sfide.

“Siate affamati, siate folli”, anche quando educate.



LA MOTIVAZIONE AL CAMBIAMENTO NASCE DALLE NOSTRE PASSIONI

La motivazione è la realizzazione concreta della vostra passione.  Se amate dipingere, sarà più facile insegnarlo. Se amate scrivere storie, educate con la passione per la scrittura. Non vale solo per gli insegnanti, ma anche per i genitori che si trovano a navigare spesso nell’incertezza più totale.

Partiamo dalle cose che sappiamo fare.

Esempio: voglio creare un ambiente caldo per aumentare la qualità e la produttività dell’insegnamento? Lo riscaldo ogni giorno un po’, mettendoci l’amore per qualcosa che anche appassiona anche me.

In un mondo di relazioni fragili, la forza è credere nelle proprie idee, ma anche fare qualcosa per trasmetterle agli altri ogni giorno. Per noi, ad esempio, è scrivere, raccontando i nostri valori e quel che succede nel mondo dell’educazione e dei bambini.

Spesso, il nostro sistema di valori si scontra con l’immobilismo, con i luoghi comuni e con l’astratto. Perché un valore diventi forza, dobbiamo fare due cose:

  • rendere la nostra fragilità essa stessa un valore (capendo qual è il punto di debolezza e come trasformarlo in forza: se sono ipersensibile è un male, ma se lavoro sulla mia sicurezza, posso trasformare la mia sensibilità in empatia ed aiutare l’altro).
  • rendere la relazione un valore, attraverso la nostra passione: la fragilità è forza nel momento in cui la mia diversità (la mia esperienza) diventa una motivazione per l’altro.

Ce la farai, perchè io sono con te, anche se sarai da solo a prendere le tue decisioni.
Perché io credo in te e ti aiuterò a capire le tue passioni.

Tutto cambia, se la nostra intenzione è cambiare davvero, non solo a parole. Facciamo lo sforzo di tradurle in micro azioni, impegnandoci ogni giorno a realizzarne una.