Non è un’anima, non è un corpo che si educa: è un uomo

Come dovrebbe comportarsi un buon maestro? Non si tratta di una domanda recente: vi proponiamo due letture di Michel de Montaigne, che già nel XVI secolo si poneva dei dubbi sui metodi e sull’efficacia dell’educazione.
Nella prima lettura abbiamo parlato di autonomia. In questo secondo brano si affrontano i temi della costrizione e del rapporto tra corpo e mente.

“Non voglio che s’imprigioni questo ragazzo. Non voglio che lo si abbandoni all’umor melanconico d’un maestro di scuola dissennato. Non voglio corrompere il suo spirito mettendolo alla tortura e al lavoro, come fanno gli altri, quattordici o quindici ore al giorno, come un facchino. Né troverei ben fatto che, se per un certo temperamento solitario e melanconico lo si vedesse dedicarsi con applicazione eccessiva allo studio dei libri, si favorisse in lui questa tendenza; questo li rende inetti alla vita di società e li distoglie da occupazioni migliori. Quanti uomini ho visto, durante la mia vita, istupiditi da una smodata avidità di scienza! Carneade ci perse la testa al punto che non si curò più di farsi la barba e di tagliarsi le unghie.
Per il nostro ragazzo, una camera, un giardino, la tavola e il letto, la solitudine, la compagnia, il mattino e la sera, tutte le ore saranno uguali, tutti i luoghi gli serviranno di studio; infatti la filosofia, che, in quanto formatrice degli intelletti e dei costumi, sarà la sua principale lezione, ha questa prerogativa di mescolarsi ovunque. Tutti riconoscono che l’oratore Isocrate, pregato a una festa di parlare della sua arte, ebbe ragione a rispondere: «Ora non è tempo di parlare di ciò che so fare; e quello di cui ora è tempo, io non lo so fare». Di fatto presentare arringhe o dispute di retorica a una compagnia adunata per ridere e far baldoria, sarebbe un miscuglio di cose troppo discordanti. E altrettanto si potrebbe dire di tutte le altre scienze. Ma, quanto alla filosofia, per la parte in cui essa si occupa dell’uomo e dei suoi doveri e compiti, è stato parere comune di tutti i saggi che, per la dolcezza che produce il parlarne, non dovrebbe essere esclusa né dai festini né dai giochi. E quando Platone l’ha invitata al suo convito, vediamo come essa intrattiene gli astanti in modo leggero e adatto al tempo e al luogo, nonostante i suoi ragionamenti più elevati e più salutari. Così egli ozierà meno degli altri.

Anche i giochi e gli esercizi saranno una buona parte dello studio: la corsa, la lotta, la musica, la danza, la caccia, il maneggio dei cavalli e delle armi. Io desidero che il decoro esteriore e il comportamento e gli atteggiamenti della persona si foggino contemporaneamente all’anima. Non è un’anima, non è un corpo che si educa: è un uomo; non bisogna dividerlo in due.
Questa educazione deve essere condotta con severa dolcezza, non come si fa. Invece di attirare i fanciulli allo studio delle lettere, in verità non si presenta loro che orrore e crudeltà. Togliete di mezzo la violenza e la forza; non c’è nulla a mio parere, che imbastardisca e stordisca a tal punto una natura ben nata. Se volete che egli tema la vergogna e il castigo, non avvezzatevelo. Avvezzatelo al sudore e al freddo, al vento, al sole e ai rischi che deve disprezzare; toglietegli ogni mollezza e ogni effeminatezza nel vestire e nel dormire, nel mangiare e nel bere; abituatelo a tutto. Che non sia un bel giovane e un damerino, ma un giovane robusto e vigoroso. Da ragazzo, da uomo, da vecchio ho sempre pensato e giudicato in tal modo”.

BIBLIOGRAFIA
M. de Montaigne, Essais, libro I, cap. XXVI, 1580