il gatto e il montone

IL GATTO E IL MONTONE

Fiaba russa 
Muir era un bellissimo gatto tigrato dagli occhi verdi. Morbido e carezzevole come tutti i gatti, si sarebbe fatto amare moltissimo dai suoi vecchi padroni se non avesse avuto un brutto difetto: era golosissimo e, soprattutto, gli piacevano la panna e il latte. Perciò, non si accontentava della razione che la vecchia nonna gli preparava ogni mattina in una scodella, ma cercava di intrufolarsi nella dispensa e, se riusciva a trovare la caraffa del latte o la tazza della panna, faceva subito piazza pulita.
E così, la nonna spesso non sapeva che cosa mettere in tavola per sé e per il nonno all’ora di cena. A volte, quando voleva fare il burro, trovava in dispensa la tazza della panna vuota e così ben leccata che sembrava appena lavata.
– Ah, nonno – disse una sera al vecchio marito – io non so più come fare. Il gatto Muir divora le nostre provviste, e inutilmente lo inseguo con il bastone. È davvero incorreggibile. Ho nascosto la panna e il latte in cantina o nell’armadio, ma riesce a intrufolarsi dappertutto e mangia tutto ciò che trova senza preoccuparsi di noi. Se non lo uccidiamo, moriremo di fame.
Il nonno sospirò: egli voleva bene a Muir, ma i difetti del gatto erano davvero troppi grossi e insopportabili.
“Va bene” disse, “uccidiamolo e facciamola finita”.
Proprio in quel momento il gatto Muir era sdraiato sotto la stufa che schiacciava un sonnellino al calduccio. Udì le parole dei due vecchi sposi e gli si rizzò il pelo. Morire! Mentre la vita era tanto bella, e lui stava bene, in quell’isba, coccolato e vezzeggiato; e trovava la colazione pronta ogni mattino! Era vero: aveva bevuto la panna e il latte senza preoccuparsi dei suoi vecchi padroni, era stato ingrato ed egoista. Ma non voleva morire!
Incominciò a pensare al mezzo per salvarsi. I gatti sono furbi, tutti lo dicono. Non sarebbe stato da meno degli altri, il gatto Muir! Sgusciò di sotto la stufa e uscì dall’isba senza farsi vedere; entrò nella stalla dove il caprone, legato a un chiodo, aveva appena finito di cenare e stava per addormentarsi.
“Fratellino montone” gridò “i padroni sono impazziti e oggi hanno deciso di ammazzarmi”.
“Benissimo” approvò il montone. “Avrebbero dovuto farlo da molto tempo”.
Il gatto Muir restò interdetto, ma pensò subito a un ripiego.
“Avrebbero dovuto farlo, sì” ammise “perché le mie malefatte sono molte: perciò mi rassegno fin d’ora al mio triste destino. Ma purtroppo hanno deciso di ammazzare anche te”.
Nell’udire quelle parole il montone incominciò a tremare e a battere gli zoccoli.
“Uccidere anche me?” belò. “E perché?”
“Io non lo so: ma questa è la loro decisione”.
Il montone si guardò intorno con occhi disperati.
“Mi dispiace abbandonare questa stalla dove trovavo l’erba saporita pronta ogni mattino; ma non voglio morire! Ti prego, salvami! Fammi fuggire, gatto Muir”.
“Va bene” rispose il gatto. “Fuggiamo insieme, andiamo nella foresta. Là troverai tanta erba quanta ne vorrai, e anche a me il nutrimento non mancherà, perché io sono il gatto Muir, il più furbo fra tutti i gatti. E inoltre avremo la libertà”.
Il montone scalpitava impaziente; il gatto sciolse con la zampina la funicella legata al chiodo, poi saltò sulla schiena del compagno. Questi socchiuse l’uscio con le corna, quindi si diedero alla fuga verso la salvezza e la libertà.
Ma le cose andarono diversamente: a poca distanza dall’isba si stendeva un deserto di pietre e di sabbia dove non cresceva nemmeno un filo d’erba; così il montone patì la fame, e Muir non trovò nemmeno un topo, né una lucertola, né un grillo da mettere sotto i denti.
Proseguirono affamati e assetati, e proprio dove cominciava la foresta trovarono una testa di lupo. Un cacciatore fortunato l’aveva probabilmente gettata via poco prima, e il gatto disse: “Raccoglila, amico montone: forse ci servirà”.
Si cacciarono sotto gli alberi, benché nella foresta fosse già buio, e poco dopo videro brillare in lontananza le fiamme di un fuoco acceso.
“Avviciniamoci” propose il gatto.
“Almeno potremo riscaldarci: fa un tal freddo qui”.
Infatti, abituato com’era a dormire saporitamente sotto la stufa al calduccio, soffriva moltissimo per il freddo notturno e la rugiada.
Si avvicinarono pian piano e ben presto giunsero in unna vasta radura dove videro un fuoco che ardeva.  Intorno al falò stavano seduti tranquillamente a godersi il calduccio tre giovani lupi grigi, tre vecchi lupi grigi, e un lupo bianco. Non appena li scorse, il povero montone incominciò a tremare come una foglia al vento.
“Ohimè !Ohimè!” balbetto puntando i piedi, mentre per il terrore sentiva l’anima scendergli fin negli zoccoli. Il gatto cercò di rianimarlo con parole brusche e decise: “Smettila di tremare! Nascondi quella testa di lupo dietro un cespuglio, poi seguimi e non aver paura perché io ti proteggerò”.
Il montone ubbidì: getto la testa del lupo in un cespuglio folto di frasche e andò dietro il compagno tentando di celare alla meglio il terrore. Il gatto invece non aveva perduto la sua disinvoltura: si avvicinò tranquillamente ai lupi e chiese con garbo il permesso di sedere con il suo compagno vicino al fuoco per asciugarsi e riposarsi, dato che avevano camminato a lungo. I sette lupi, vedendo il gatto e soprattutto il montone, incominciarono a leccarsi i baffi. Ecco pronta una cena prelibata! E c’era anche il fuoco acceso per arrostirla!
“Accomodatevi, amici” disse il lupo bianco che aveva una corona sulla testa ed era il principe dei lupi.
“Non potete immaginare quando ci rallegri la vostra presenza” continuò, e i suoi occhi avidi mandavano bagliori sinistri.
“Grazie” rispose il gatto cortesemente. E subito si sdraiò vicino al fuoco e si voltò da tutte le parti per asciugarsi bene.
Anche il montone sedette; ma si era già pentito di avere abbandonato la sua stalla sicura, dove nulla gli mancava ; né l’erba fresca né il sale, né le carezze della vecchia padrona. Chissà poi se era vero che la padrona lo voleva uccidere. Tuttavia, morire per morire, sarebbe stato meglio morire a casa, e non sbranato da quelle belve in fondo a una paurosa foresta! I lupi continuavano a leccarsi i baffi, ma il gatto, per nulla turbato e sicuro del fatto suo, sembrava non avvedersene.
“Oh, finalmente!” esclamò dopo un po’. “Sono perfettamente asciutto; ora possiamo pensare alla cena. Amico montone” disse stirandosi la zampine e sbadigliando “portami la testa di uno di quei lupi che abbiamo sbranato oggi”.
Lupi sbranati? Sbranati da quel minuscolo gatto? I sette lupi, meravigliatissima, rizzarono le orecchie. Il montone si alzò e si allontanò, per ritornare poco dopo reggendo la testa del lupo.
“E’ questa, che vuoi?” chiese deponendola davanti al gatto; ma Muir finse di arrabbiarsi,
“No, non questa! Voglio l’altra, la più grossa. Questa è troppo piccola, per la fame che ho”.
Il montone, che aveva ormai ben capito quali erano le intenzioni del suo amico gatto, riprese la testa fra i denti e scomparve dietro il cespuglio fingendo di andare a prendere un’altra preda; riapparve poco dopo reggendo ancora la medesima testa.
“Questa?” chiese “È più grossa dell’altra”.
Ma il gatto si adirò ancora di più.
“Possibile che tu non capisca mai i miei ordini? Fra tutti i lupi che abbiamo ucciso oggi ve n’era uno grossissimo. E’ la sua testa che devi portarmi, e subito!” Il montone ripartì, mentre i sette lupi si gettavano l’un l’altro sguardi preoccupati, e ai più giovani si rizzava il pelo sul collo.
“E’ questa, finalmente?” E ogni volta il gatto rispondeva di no. Ma dunque, quanti lupi aveva sbranato il terribile gatto? Moltissimi, evidentemente, perché il montone non faceva che andare e tornare, e ogni volta portava tra i denti una testa di lupo! Finalmente i tre lupi più giovani non poterono più sopportare quello spettacolo; si alzarono e dissero molto rispettosamente:
“Signor gatto, il fuoco sta per morire e noi vorremo andare a raccogliere legna, altrimenti la tua cena non riuscirà cotta a puntino. Permetti che ci allontaniamo?” “Andate pure” rispose il gatto benevolmente “e ritornate presto”.
I tre lupi si incamminarono adagio, ma non appena furono un po’ lontani, spiccarono una corsa indiavolata e in un baleno scomparvero alla vista. I tre lupi più grossi rimasero, tremando, ad assistere. Contavano le teste dei lupi morti e si sentivano sempre più terrorizzati. Sei teste di lupo! Sette teste! Dieci! Dodici! Quale orribile strage! Infine anch’essi non ne poterono più.
“Temiamo che i piccoli non riescano a portare la legna fin qui” dissero “andremo loro incontro per aiutarli”.
Si avviarono, infatti. Ma non appena furono tra le ombre degli alberi, spiccarono una corsa e scomparvero. Restava, ora soltanto il Lupo Bianco, il principe dei lupi. Tutti i suoi lo avevano abbandonato: il poveretto batteva i denti per la paura. Aspettò che il gatto Muir voltasse la testa e balzò verso la foresta; poi incominciò a galoppare come un forsennato, e non gli sembrava di essere mai abbastanza lontano dal tremando gatto.
Quando furono soli, il caprone e Muir risero fino alle lacrime; poi si rifecero seri.
“La libertà è bella, senza dubbio” commentò il gatto “ma anche pericolosa”.
“E’ piena di guai” rincarò il caprone.
“Nella mia stalla si stava bene, mentre qui fa tanto freddo e noi siamo ancora riusciti a mettere fra i denti nemmeno un boccone”.
“I vecchi nonni erano buoni con noi” aggiunse il gatto “Noi siamo abituati alla compagnia degli uomini e non a quella delle belve”.
Si guardarono negli occhi, si compresero: e senza altri commenti volsero le code alla foresta avviandosi verso casa. I due vecchietti non sapevano consolarsi per la sparizione delle due care bestiole che costituivano la loro solo compagnia. Quando le videro arrivare, e il gatto correva davanti al montone tanta era la sua fretta, spalancarono la porta festosi.
“Venite! Venite! C’è un bel fascio di erbe profumate nella stalla, e una scodella piena di panna presso la stufa!”
Il gatto e il montone si lasciarono abbracciare e accarezzare, poi il montone tornò alla sua greppia e il gatto si raggomitolò accanto alla stufa. Ma non dimenticò mai più che il latte era necessario anche ai due vecchietti; e da quel giorno si accontentò di quello della sua colazione.

 

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