GENITORI CHE GIOCANO CON I BAMBINI

Lettura scelta da “Un genitore quasi perfetto”, di Bruno Bettelheim:


Se riuscissimo a sentirci emotivamente coinvolti nei giochi dei bambini piccoli allo stesso modo che in quelli che pratichiamo noi, allora ritroveremmo in noi quell’apprezzamento spontaneo dell’importanza del gioco che, solo, può colmare veramente la distanza tra mondo infantile e mondo adulto.
Infatti, i rapporti tra le generazioni erano probabilmente più facili, sotto molti aspetti, e più ricchi di significato e di intimo piacere ai tempi in cui adulti e bambini giocavano agli stessi giochi, anche se il loro significato non era esattamente lo stesso per entrambi.
Un medesimo gioco poteva significare, poniamo, per il bambino l’esplorazione o la ricostruzione del suo mondo, per l’adulto un modo di ricreare lo spirito. Ma la cosa che conta è che, pur assumendo il gioco un diverso significato personale, adulto e bambino vi attribuivano la medesima importanza, erano entrambi ugualmente convinti del fatto che costituisse un reale arricchimento della propria vita. Il fatto che adulti e bambini si avvicinassero al gioco con il medesimo atteggiamento psicologico creava tra gli uni e gli altri un legame speciale, rendendo per i bambini più significativi i loro giochi, e consentendo ai genitori una reale intima partecipazione alle attività ludiche dei figli.

Oggi, sono relativamente pochi i giochi che divertono allo stesso modo adulti e bambini. La presenza di un bambino è considerata il più delle volte un’intrusione dall’adulto, che si sente, nella migliore delle ipotesi, in dovere di tenerne conto e forse di farlo partecipare ai “suoi” giochi. Quando ero piccolo io, a Vienna, le cose erano diverse. Uno dei passatempi più diffusi tra gli adulti era giocare a carte. Mio padre, per esempio, passava gran parte delle sue poche ore libere giocando a carte con i familiari e gli amici (anche per Freud il gioco delle carte costituiva il passatempo preferito dopo una giornata di lavoro). Io stavo per ore ad osservarli, senza disturbare, perché capivo che era qualcosa di importante. La mia presenza non li induceva a modificare né il modo di giocare né i loro rapporti.

Naturalmente, io e i miei amici copiavamo deliberatamente, e forse il più delle volte senza accorgercene, i modi di fare dei grandi, le loro battute, i loro gesti. Comunque, era dal fatto di giocare anch’io a carte che mi veniva spontaneo capire l’importanza che rivestivano per mio padre le sue partite; reciprocamente, mio padre poteva capire fino in fondo e con empatia il significato che giocare a carte aveva per me.
Dopo il comune interesse e piacere per questo tipo di gioco, era del tutto naturale che all’occasione, per esempio nei piovosi pomeriggi di festa, mio padre si mettesse a giocare a carte con noi noi bambini. Tuttavia, era tutt’altra cosa da quando lo osservavo giocare con i suoi amici. Quando giocava con noi, il suo atteggiamento era quello del genitore che si diverte perché quello che fa dà piacere ai suoi figli. Invece, quando giocava con i suoi amici, ci metteva la stessa serietà che mettevo io nel giocare con i miei amici.
È grazie a questo tipo di esperienze che so riconoscere il valore molto diverso che posseggono, per il rapporto genitore-figlio, due situazioni apparentemente simili: quando il genitore gioca con i figli (cosa certamente importante e gradita, se tutto va bene), e quando genitore e figlio, ciascuno per proprio conto e con il medesimo impegno, giocano allo stesso gioco con dei coetanei. In questo secondo caso, il legame che si crea tra loro è di tipo veramente molto speciale.


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