L’intelligenza emotiva è uno dei temi caldi degli ultimi anni. Sembra che di colpo tutti abbiamo scoperto le emozioni, accantonando i travasi montessoriani o i barattoli della calma di cui tanto si è parlato in precedenza sul web. Come sempre, lo sappiamo, esistono trend stagionali che di colpo attirano l’attenzione delle persone, specialmente attraverso canali comunicativi altamente virali quali i social network.

Perché si parla tanto di emozioni? Perché proprio ora, visto che le emozioni l’uomo le conosce da sempre?
Una prima risposta potrebbe essere legata al fatto che stiamo un po’ perdendo di vista i rapporti umani, rendendoli sempre più sterili e asettici. Questa attitudine si ripercuote inevitabilmente in tutti gli aspetti della vita sociale, quindi anche in famiglia. E’ fisiologico che un genitore si interroghi sulle emozioni dei figli o sulle proprie.

Una delle prime domande che ci si pone è “come farò a proteggere mio figlio nelle avversità?” E’ una preoccupazione legittima e condivisibile: si teme che soffra, che tocchi con mano i dolori che prima o poi la vita gli riserverà. Allo stesso tempo, desideriamo ardentemente la gioia, la felicità per i nostri figli. Non è semplice affrontare le emozioni, perché spesso si pensa che sia necessario riconoscerle per controllarle. In realtà la vera sfida è educare alle emozioni, imparando a viverle.

Madri e padri, che fare per essere bravi educatori emotivi?

Come abbiamo detto, alle mamme e ai papà spetta per primi il compito di entrare in empatia con gli stati emotivi del bambino, imparando a distinguerli nel magma di sensazioni che il piccolo vive senza saperle sempre riconoscere.
Sono i genitori, attraverso le loro interazioni, a fornire quelle competenze emotive che poi nel tempo vanno a strutturarsi e prendere forma.
In questo processo è utile che i genitori per primi imparino a sviluppare schemi di interazione con i bambini.
Questo non significa etichettare le emozioni, bensì imparare a viverle insieme.

Prima lezione: impariamo a vivere!

Un detto dice “Guardarsi dentro rende ciechi”. Ed è vero: ragionare troppo su quello che si prova, cercare etichette per la vita, non porta a vivere meglio. Semmai a ragionare troppo.
Non ci interessa insegnare che esiste la rabbia, occorre dare gli strumenti per viverla con equilibrio. Ci arrabbiamo tutti prima o poi, piangiamo tutti: la vera sfida è educare a vivere a pieno queste emozioni, contrastando quell’alfabetismo emotivo di cui altrettanto frequentemente si parla in questo periodo, anche in relazione ad eventi che portano alla ribalta delle cronache temi come la violenza o il bullismo.
Ogni individuo ha un suo vissuto che in buona parte è determinato dalle emozioni che ha saputo vivere e costruire. Spetta a genitori, nonni ed adulti di riferimento coltivare questa ricchezza, questo bagaglio personale che ciascuno si porta con sè fin dai primi istanti di vita.
E che, in relazione alle esperienze fatte, sarà diverso per ciascuno di noi.
Vi sono ricerche che dimostrano che già in fase prenatale, nel momento stesso in cui la mamma interagisce con il bambino nel pancione, si sviluppa il corredo emotivo che si consolida poi durante tutto l’arco dell’età evolutiva.
Gli adulti che accompagnano il bambino in questo percorso hanno il compito, attraverso la scelta delle risposte agli stimoli più adeguate, di fargli conquistare tranquillità, serenità, sicurezza.

Sviluppiamo insieme l’empatia: leggiamo le favole!

Sembra banale a dirsi, ma i discorsi sull’educazione emotiva si traducono fondamentalmente nella riscoperta del tempo da trascorrere insieme.
Lo scienziato austriaco Heinz Von Foerster ha affermato “Se vuoi vedere, impara ad agire”. E’ un principio che vale anche per l’educazione emotiva; non si studia, si fa.
E, altrettanto banalmente, si fa partendo da gesti quotidiani molto semplici.

Leggete le favole ai vostri bambini?

E’ un primo passo per entrare in empatia con loro, per sviluppare stimoli emozionali sull’etica e sui valori, per spingerli, attraverso la curiosità, alla scoperta del sé. Il passaggio successivo sarà la scuola, dove si intrecciamo le due dimensioni dell’apprendimento e della relazione.

Attraverso il lavoro degli insegnanti si sviluppano progetti e si aiutano i bambini a conoscere se stessi, a imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi, ad attivare relazioni interpersonali positive con i pari e con gli adulti, valorizzando i differenti canali di comunicazione allo scopo di facilitare il contatto e l’autenticità nel rapporto con se stessi e con gli altri. Si tratta, tuttavia, di un passaggio successivo. Non possiamo chiedere di insegnare l’empatia a scuola, se per primi a casa non la coltiviamo. Genitori, diventate educatori emotivi!

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