I GENITORI NON DOVREBBERO AIUTARE CON I COMPITI

compiti da soli

I compiti sono un tema che divide da sempre insegnanti e genitori: servono o non servono? Ma soprattutto, una volta assegnati, devono essere svolti dai bambini o anche mamma e papà possono dare una mano?

The Broken Compass – Parental Involvement with Children’s Education è uno studio scientifico, pubblicato dall’Harvard University Press, ad opera dei ricercatori Robinson e Harrische; lo studio analizza i vari comportamenti genitoriali associati allo svolgimento dei compiti, con l’obiettivo di analizzarli per trovare le buone pratiche da adottare.

Ebbene, l’intervento dei genitori nei compiti e nella vita scolastica dei figli, secondo i risultati dello studio, nella maggior parte dei casi è perfettamente inutile; in alcuni, però, è perfino dannoso! Fare i compiti al posto dei figli o accanto a loro è un comportamento che non li aiuta ad apprendere meglio o ad avere una vita scolastica soddisfacente.

Al contrario, ne mina la sicurezza e riduce il senso di autoefficacia e la capacità di far da sé. In questo senso si è esposto anche il pedagogista italiano Daniele Novara:

“I nostri figli hanno i compiti da fare, e, punto molto importante, li devono fare loro… Se un senso i compiti ce l’hanno è quello di aiutare a consolidare degli apprendimenti, stimolare autodisciplina e responsabilizzazione, e l’intervento continuo dei genitori da questo punto di vista ha molteplici svantaggi”.
Daniele Novara

COACHING CREATIVO: LE BUONE PRATICHE PER INCENTIVARE L’AUTONOMIA SCOLASTICA

Quanto abbiamo detto non significa che i genitori devono abbandonare a se stessi i figli nella formazione e nell’istruzione. Gli stessi Robinson e Harris hanno stilato un elenco di buone pratiche, comportamenti che i genitori potrebbero mettere in atto per aumentare le chances di successo dei propri figli nel mondo accademico.

A noi non piace utilizzare il successo come metro di giudizio, in quanto crediamo che la cultura debba essere finalizzata prevalentemente al benessere e alla ricerca della felicità. Tuttavia, le buone pratiche descritte sono ugualmente condivisibili!

Leggere ad alta voce ai bambini, per esempio: quante volte abbiamo menzionato l’importanza della lettura? La verità è che nel nostro paese si legge poco, e questa è un’abitudine da combattere. L’ideale sarebbe leggere un libro ogni settimana. Possiamo cominciare dai più piccoli con gli albi illustrati, passando poi ai romanzi e alla letteratura “non fiction” (saggi e altri generi).

Parlare della vita scolastica e delle scelte future, adottando sempre un atteggiamento non giudicante: dallo studio emerge come il dialogo sia positivo e proficuo laddove permette a bambini e ragazzi di esprimersi senza paura.

L’impegno a rendere la scuola un posto migliore: lo studio, infine, ha analizzato quei comportamenti dei genitori che si impegnano per migliorare la scuola, ad esempio raccogliendo fondi per acquistare nuove attrezzature e rivalutare gli spazi. Questo comportamento, sebbene non sia correlato con il percorso scolastico dei figli, è però un esempio positivo di cittadinanza attiva.

Perché questo elenco di buone pratiche? Semplice: i due ricercatori volevano dimostrare che i genitori non devono fare i compiti con/al posto dei figli, ma senza scoraggiarli: impegnarsi nella loro educazione è comunque molto positivo, a patto di muoversi nella giusta direzione.