I grandi insegnanti non insegnano. E allora cosa fanno?

Scuola 2.0 e nuove modalità didattiche: servono competenze, oltre agli strumenti.

Facendo qualche veloce ricerca su Internet ed utilizzando come parola chiave “scuola”, appaiono, soprattutto di recente, termini affascinanti e innovativi come classe 2.0, flipped class, didattica rovesciata. Il tema della così detta scuola 2.0 è in realtà aperto da anni e, nell’immaginario comune, rappresenta quell’ambiente didattico in cui trovano sempre più spazio le nuove tecnologie. Nella realtà dei fatti, si tratta di un insieme di esperienze molto eterogenee sul territorio nazionale, un grande cantiere di idee e sperimentazioni nel quale ad oggi si naviga a vista, per motivazioni tecniche e professionali.

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Stando ai dati forniti dall’ Osservatorio Tecnologico del Miur, solo il 10,5% delle scuole di primo grado avrebbe una connessione veloce, percentuale che arriva al 23,1% nel caso delle superiori. Mentre in totale più del 53% delle aule sono completamente disconnesse. La seconda criticità che spesso emerge aprendo il dibattito sulla scuola 2.0 è il fatto che per insegnare in modalità digitale servono competenze specifiche, che esulano dalla formazione base della maggior parte dei docenti. Non si tratta soltanto di saper usare un computer, ma di riuscire a comprendere in toto le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, declinandole in programmi formativi che le sappiano valorizzare a pieno come risorse.

Nella maggior parte dei casi la digitalizzazione nelle scuole è terribilmente in ritardo e insegnare ad utilizzare al meglio un motore di ricerca sembra ancora un lavoro pionieristico, svolto da pochi avventurosi docenti con mezzi di fortuna. Si spera che la normativa più recente, incarnata dalla Legge 107/2015 e il piano del governo sull’agenda Digitale, possano dare un nuovo slancio all’innovazione tecnologica, applicando un programma organico che consenta di portare in tutti gli istituti gli strumenti e la metodologia 2.0. Solo così la scuola sarà finalmente digitale a 360 gradi. Nel frattempo, vogliamo parlare dei cardini dell’innovazione e del ruolo sempre più delicato e sfidante, di insegnanti ed educatori. E’ proprio sulle figure professionali che vogliamo spendere due parole, dato che rappresentano i principali artefici del cambiamento. Come possono innovare la scuola? Imparando a non insegnare.




Capovolgiamo i metodi, dimenticando (per un attimo) le tecnologie e mettendo le persone al centro.

Classe rovesciata”, “flipped classroom”, didattica digitale, tecnologia in classe. Sono espressioni nate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e mutuate successivamente negli altri Paesi. In sintesi, rappresentano il connubio tra l’utilizzo delle nuove tecnologie e una didattica focalizzata sul discente più che sul docente e sulle competenze piuttosto che sulle mere conoscenze trasmesse in maniera univoca. Che cosa significa in concreto l’espressione didattica rovesciata? La definizione la mutuiamo da Paolo Ferri, Professore associato all’Università di Milano-Bicocca, che spiega che l’aula, utilizzando questo metodo, non è più “il luogo di trasmissione delle nozioni ma lo spazio di lavoro e discussione dove si impara ad utilizzarle nel confronto con i pari e con l’insegnante”. In pratica, nel contesto della “flipped classroom”, l’insegnante fornisce ai ragazzi materiali che aiutano nell’esplorazione autonoma dell’argomento di studio e che possono essere libri, presentazioni, siti web, video tutorial e simili.education-authority-850x570

Al di fuori delle mura scolastiche gli studenti, da soli o in gruppo, rispettando i diversi tempi di apprendimento,  realizzano le esperienze di apprendimento attivo, che verranno poi continuate con compagni e docente in classe. In quest’ottica, la classe diventa un luogo di confronto e dibattito dove l’insegnante incarna il ruolo di moderatore e motivatore della discussione.




Se l’insegnante non insegna, che fa? Semplice: appassiona!

Arrivati a questo punto, ci sembra utile concentrare la riflessione sull’insegnante. Le nuove tecnologie e metodologie didattiche quali la flipped class ci permettono di analizzare alcune caratteristiche che un docente, nel contatto con gli studenti, dovrebbe coltivare. Le tecnologie offrono l’indiscutibile vantaggio di offrire agli studenti un diverso modo di apprendere ed interagire, insegnando a se stessi prima di confrontarsi con il docente. Questo non significa eliminare la figura dell’insegnante, ma arricchirla di un nuovo valore.shutterstock_70577767

Il compito di un “grande insegnante” è, sempre di più, di ispirare, di invogliare gli studenti di andare a scuola per confrontarsi, per esplorare ed approfondire. L’assunto di base è che gli studenti imparano meglio quando hanno il controllo del proprio apprendimento. L’apprendimento vero richiede il fare, non l’ascoltare o l’osservare e basta. Va precisato che apprendere in questo modo non è più semplice, perché gli studenti devono svolgere la parte faticosa dell’apprendimento in autonomia.

L’insegnante tuttavia può e deve veicolare questo processo, rendendolo vivo ed interattivo. Socrate rispondeva alle domande con altre domande. Ecco, lasciamoci ispirare. E’ vero che ci sono momenti in cui le istruzioni dirette sono necessarie, ma solo per essere capaci di fare qualcosa con quella conoscenza o capacità. Un grande insegnante deve però essere in grado di creare delle esperienze di apprendimento che incentivino tutti gli studenti ad essere coinvolti, mettendoli, per così dire, nella parte profonda della piscina. Allora sì che si impara a nuotare. Per apprendere, gli studenti devono fare e rifare, cooperare attivamente.Ecco perché è corretto dire che un bravo insegnante non insegna o meglio, è chiamato a trasmettere il desiderio di coltivare passioni e crescere con entusiasmo.