Il cagnolino Carletto e la Luna

Una storia di Alessia per il compleanno del piccolo Edoardo.

Il cagnolino Carletto e la Luna

C’era una volta un cagnolino che si chiamava Carletto ed era molto, molto, molto birichino. Proprio come il mio bambino Edoardo.
Il cagnolino Carletto amava andare in giro ad esplorare il quartiere, non stava mai fermo e spesso si perdeva, salvo poi incontrare  qualche amico del suo padrone Gino, o Gino stesso, ed essere riaccompagnato a casa.
Più volte Gino gli aveva detto di camminare al suo fianco senza allontanarsi, riluttante a mettergli il collare come accadeva a tanti altri cagnolini.
Ma Carletto era birichino: fingeva di ascoltare ma poi, appena svoltato l’angolo del palazzo di casa, scappava correndo e mostrando la lingua al suo attonito compagno di passeggiata.
Si perdonava un po’ tutto a questo cagnolino buffo e mingherlino: un batuffolo di pelo con un naso tondo e nero piazzato in mezzo ad un musetto macchiato di bianco e due occhioni nocciola sgranati sul mondo.
Gino lo amava dal primo giorno che lo aveva trovato, infagottato in mezzo agli stracci, non si sa bene da quando e perché. Avevano un modo tutto loro di comunicare, non parlando la stessa lingua fatta di suoni a comporre parole: gli sguardi erano sillabe, i sorrisi frasi di senso compiuto.
Era indulgente Gino con quella creatura buffa e indifesa e, anche se a volte lo assaliva la paura quando correva via, pazientava perché sapeva che quel cagnetto aveva le ali. E lui mica poteva tagliargliele.
Un giorno però, la corsa divenne fuga. Carletto era da un po’ che ci pensava. Animetta inquieta, la Terra non gli bastava più. E siccome aveva sentito al telegiornale che gli astronauti erano arrivati fin sulla Luna, risoluto come pochi, voleva andarci anche lui. Il più era capire come.
Carletto aveva sentito parlare di navicelle spaziali, di razzi, di ali meccaniche. Ma lui era un piccoletto e poteva contare solo sulle sue zampe. Sentendo parlare Guedalina e Giorgino, i suoi amici del parco, aveva scoperto che, alle porte della metropoli, c’era il cantiere di alcuni palazzi in costruzione. Lì, tra cemento, travi, mattoni e ferraglie, avrebbe trovato il modo di costruire la sua astronave.
E fu così che un giorno, uscendo con Gino che si sprecava nelle solite raccomandazioni “Carletto aspettami, Carletto non correre”, lui girò il musetto verso il padrone, gli strizzò un occhio e scattò più veloce che mai.
Gino non fece nemmeno in tempo ad urlare il suo nome. Era già sparito.
Correndo a perdifiato, si allontanò molto più di quanto non avesse mai fatto prima.
Quella metropoli di grigio e di luci verdastre, al calar della sera che in realtà era un pomeriggio d’inverno, sembrava tutta uguale man mano che la si attraversava. Non fu difficile raggiungere la periferia e trovarsi in mezzo a strade anonime e terra brulla. I palazzi in costruzione c’erano, il cemento e le ferraglie pure. Ma Carletto si sentiva tanto solo. Che bello se Gino fosse stato con lui, pronto a costruire l’astronave e partire insieme. Ma Gino era lontano ormai e, in tutta quella nebbia e quel grigiore che scaldava ben poco, l’infreddolito Carletto si rifugiò tra un paio di cumuli di laterizi e si addormentò stremato.


Passarono le ore, probabilmente parecchie perché quando si risvegliò il grigio e la nebbia erano stati ingoiati dal manto denso e nero della notte. Che paura! Gli unici rumori a fargli compagnia erano i commenti sarcastici dei gufetti sugli alberi con i loro occhi a sostituire le stelline in cielo che lui in quel buio proprio non riusciva a vedere.
Il vento sibilava entrando nelle orecchie e nelle ossa. Fischio dopo fischio, Carletto non riuscì a trattenere le lacrime e scoppiò in un pianto a dirotto.
«Povero me, come farò a tornare a casa? Perché mai non ho ascoltato Gino.»
Tra singhiozzi e singulti, avvertì una presenza vicino a lui. Ma non ebbe paura.
«Chi sei?» chiese triste. Due occhietti gialli lo scrutavano.
«Sono la gatta Sissi. Perché piangi?»
«Perché sono scappato da casa per costruire la mia astronave e andare sulla Luna. Ma mi sono perso. Non voglio andare più sulla Luna. Voglio tornare da Gino.»
Sissi lo osservò per qualche istante, le fessure dei suoi occhi a studiarlo con attenzione.
Poi rispose con una domanda: «Perché volevi andare sulla Luna?»
Poche e semplici parole chiusero la conversazione: “Perché volevo andare lontano”.
I due rimasero in silenzio a scrutarsi, pochi passi di distanza.
Poi con il suo fare altezzoso Sissi si avvicinò agile e gli disse: «Svelto, non c’è tempo da perdere. Ti  porto io sulla Luna. Seguimi». E scattò, con quello che Carletto non poteva certo imitare, essendo un balzo felino di una gattina smorfiosa. Però tenne il passo e corse con lei, tra le ferraglie, tra le strade semideserte che via via si popolavano di macchine, tra le prime luci a proiettare ombre sull’asfalto, tra suoni sempre più familiari. Erano ancora lontani dalla casa di Gino, ma ormai sapeva orientarsi. Tutto gli sembrava bello e nuovo: i cartelloni pubblicitari con su i pinguini, i tram che cigolavano pesanti sulle rotaie, l’odore umido della notte resa secca e pungente dal freddo.
Arrivarono  vicini ad un cavalcavia da cui riusciva ad intravedere le luci di casa.
Che gioia! Fu un attimo e si ritrovarono davanti alla porta. Grande fu l’emozione quando Gino, aprendo l’uscio col volto buio e sconsolato, si ritrovò i due batuffoli malandrini davanti.
I tratti del viso si distesero e un bel sorriso lo illuminò tutto, giusto un attimo prima di brancarli forte forte e strapazzare il vecchio amico e la nuova amica di coccole.
«Coraggio entrate, vi congelerete qui fuori».

Carletto e Sissi non si fecero pregare e in un attimo si trovarono acquattati accanto al camino crepitante, con una bella ciotola di latte tiepido davanti.
Nessuno parlava. Un po’ perché in fondo non ce n’era bisogno. Un po’ perché parlavano già le fiammelle di fuoco nel camino, il caldo delle coperte, i sorrisi malcelati.
Passarono tanti o pochi minuti, questo non ci è dato saperlo.
Ma alla fine Carletto parlò: «Mi dispiace tanto Gino. Sono scappato sapendo di darti un dolore. Ma volevo partire e andare sulla Luna. Ho visto gli astronauti attraversare lo spazio. Voglio fare l’astronauta anch’io.»
Gino guardò fuori dalla finestra le luci verdastre che provenivano dalla strada. Un misto indecifrabile di mestizia e sollievo. Ma alla fine girò dolcemente il volto e lo fissò sereno, prima di prenderlo in braccio.focolare 001
«Carletto, tu sei fatto per volare. Andrai lontano. Ma per arrivare sulla Luna ci vuole perizia. E pazienza. E immaginazione, per crederci quando alle volte ti mancheranno le forze. Io sarò con te quando arriverai lassù. Guarderai tra i mille puntini delle stelle e con un po’ di impegno verrai quel puntino che brilla più degli altri e che pensa a te. Vola per me Carletto. Ma ricorda, ogni cosa a suo tempo.»
E, smettendo di parlare, tanto aveva già detto tutto, si sedette pigro sul divano, prendendosi accanto i due cuccioli ed appisolandosi in poco tempo, stanco e felice per quel turbine di emozioni.
Noi non lo sappiamo, ma possiamo immaginare che tutti e tre, quella notte, abbiano sognato la Luna. Chi tenendola in mano appesa a un filo, che facendola rimbalzare come uno yo-yo, chi assaggiandola come un lecca lecca con i buchini del gruviera. Forse, tra le coperte calde e l’abbraccio della notte, un po’ di Luna già ce l’avevano lì tra loro.