Ti è mai capitato di pensare che la speranza sia inutile? O che sia la virtù degli ingenui? Ebbene: secondo la scienza, la speranza, a prescindere da come la si voglia definire, aiuta a raggiungere i propri obiettivi. Ecco come ce lo spiega Daniel Goleman, in “Intelligenza emotiva“:

Sebbene vi foste posti l’obiettivo di prendere un B, quando vi restituiscono il punteggio del vostro primo esame, che inciderà sulla vostra votazione finale per un 30 per cento, ricevete un D. Adesso è passata una settimana da quando l’avete saputo. Che cosa fate?
In questo caso, tutta la differenza sta nella capacità di sperare. La risposta data da studenti che possedevano un elevato livello di tale capacità fu che avrebbero studiato di più ed escogitato una serie di contromisure per aumentare la votazione finale. Gli studenti capaci di nutrire solo moderate speranze pensavano a vari modi con i quali alzare la propria media, ma erano molto meno determinati dei primi ad andare fino in fondo. Comprensibilmente, gli studenti poco inclini alla speranza rinunciavano a far conti, demoralizzati.
Il problema, d’altra parte, non è solo teorico. Quando C. R. Snyder, lo psicologo della Kansas University che fece questo studio, confrontò i reali risultati accademici delle matricole, scoprì che la loro naturale propensione alla speranza, classificata in due categorie, come elevata o scarsa, era un fattore predittivo delle votazioni del primo semestre più efficace del Sat (che è altamente correlato al Q.I., e presumibilmente dovrebbe prevedere il successo universitario). Anche qui, in soggetti con capacità intellettuali pressappoco simili, erano le doti nella sfera emotiva a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. La spiegazione di Snyder era la seguente: “Gli studenti più inclini alla speranza si prefiggono obiettivi più ambiziosi e sanno quanto devono impegnarsi per raggiungerli. Quando si confrontano i risultati accademici di studenti con doti intellettuali equivalenti, ciò che li distingue è proprio la speranza”.

Un buon modo per coltivare la speranza è ricorrere alla tecnica del “non ancora”: la tecnica, di cui abbiamo parlato in questo articolo, invece di scoraggiare un bambino mettendo in evidenza la sua capacità di compiere un’azione, proietta quell’incapacità in una dimensione temporale. In altre parole, invece di dire: “non sai svolgere una moltiplicazione”, si dice “non sai ancora svolgere le moltiplicazioni; per farlo, devi prima imparare a …”. Sembra una sciocchezza, ma a conti fatti è una questione di speranza.

FONTI

   

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