INTERNET NON CI RENDE PIÙ INFORMATI

Lettura scelta da “Demenza digitale” (Manfred Spitzer, Corbaccio, 2019):


Chi si informa su un argomento, svolge quello che da circa un secolo e mezzo viene definito circolo ermeneutico. Chi vuole comprendere, riconosce il tutto attraverso le parti e le parti attraverso il tutto; approfondisce l’indizio di una fonte attendibile e, se non approda a nulla, torna alla fonte attendibile, perché questa contiene sempre numerosi indizi. Anche l’acquisizione di un nuovo contenuto avviene con un analogo processo circolare.

Appropriarsi di un vero sapere non avviene per mezzo di una navigazione in superficie, bensì con un confronto attivo, un movimento mentale avanti e indietro, una continua rielaborazione, messa in dubbio, analisi e sintesi dei contenuti. È qualcosa di molto diverso dal trasferimento di byte da un dispositivo di immagazzinamento a un altro. Abbiamo visto che la permanenza di un contenuto nel cervello dipende dalla profondità della rielaborazione. Navigare in superficie è un processo sbrigativo. Quando una cosa non è compresa a fondo, è ovvio che non venga neppure memorizzata!
Da tutto questo si deduca che non abbiamo bisogno di nuove università per soddisfare le caratteristiche dei nuovi media digitali.
L’argomento secondo cui la tecnologia rivoluzionerebbe l’apprendimento è stato avanzato per ogni nuova tecnologia… È forse cambiato qualcosa rispetto al fatto che l’apprendimento si compie sostanzialmente quando si crea un rapporto personale tra mentore e studente, quando l’uno è in grado di motivare l’altro? Imparare significa accendere un fuoco, non riempire dei contenitori. La metafora del trasferimento di informazioni – dai programmi di apprendimento online al cervello – non tiene conto di questo dato fondamentale.

A questo punto il tecnofilo potrebbe obiettare che il crowdsourcing e l’intelligenza collettiva permettono nuove forme di elaborazione delle informazioni comunitarie, di cui non siamo ancora in grado di cogliere i benefici. A costoro vorrei rispondere, insieme a tantissime altri esperti di internet, che tali attività possono avere successo da un punto di vista del mercato, in quanto riducono i costi del lavoro mentale per mezzo dell’automazione e della distribuzione a molti individui, ma non contribuiscono in nessun modo allo sviluppo formativo dell’individuo. Gli esseri umani non sono pesci, formiche o insetti. Le grandi prestazioni mentali si producono in un cervello. Naturalmente, presuppongono l’istruzione (per mezzo di altri) e lo scambio con altri: la scienza consiste nel parlare gli uni con gli altri…
Attualmente non vedo come i media digitali possano accelerare, approfondire o migliorare in qualche maniera questo processo di evoluzione mentale. I numerosi effetti negativi, al contrario, sono stati dimostrati, soprattutto – e con grande chiarezza – nella generazione dei nativi digitali.


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