Invalsi: madri che non lavorano crescono figli “somari”?

La nostra riflessione nasce da una notizia apparsa ieri su Repubblica.it relativa alle prove Invalsi. Parrebbe che gli alunni di terza media con madri lavoratrici siano più bravi dei compagni figli di casalinghe. Questo secondo quanto emerge dall’analisi dei test Invalsi 2015/2016 sulle competenze in lettura e matematica, che consentono di discriminare i risultati anche in base alla situazione lavorativa dei genitori.

Premessa: chiunque si intenda, anche minimamente, di statistica, capirà che si tratta di una schematizzazione eccessiva e parziale. Così come i commenti dati alla notizia rappresentano semplici illazioni da parte di teorici della materia.

Detto questo: non vi sembra che la riflessione sulla genitorialità stia diventando sempre più sterile? Tutti noi sappiamo benissimo che chi fa, sbaglia. E che, nell’essere genitori, qualunque cosa si faccia, in qualche modo si commettono errori.

Sei andato a lavorare? Tuo figlio soffrirà di vuoti affettivi.
Non ci sei andato? Male, tuo figlio percepirà la tua frustrazione e crescerà infelice.

Questa, in termini giornalistici, si chiama “genialità del non dire nulla”. Dell’arrampicarsi su costrutti standard e banali, per prendere like. La domanda è:

Ne abbiamo davvero bisogno?
E, più a monte, di cos’abbiamo bisogno davvero per essere genitori felici e, quindi, crescere figli felici?

La verità è che abbiamo smesso di credere in noi stessi e, peggio ancora, abbiamo iniziato una riflessione lapalissiana su tutto ciò che è famiglia.

La famiglia non è essere, è fare. Non è pensare a cosa è meglio, ma crederci e farlo.

L’errore, l’errore di tutti, è riflettere senza proporre soluzioni: i figli di madri casalinghe sono più somari? E, di grazia, perché? Tutte dovranno andare a lavorare? Ah giusto, hanno inventato lo smartworking così da conciliare i tempi della famiglia e del lavoro. Che fantastici aiuti sociali! Tutto questo, portando al limite la polemica, per arrivare al punto.

Perché non abbiamo bisogno di statistiche? Semplice: perché ognuno di noi, come mamma o come papà, sa di non poter essere classificato. Sa che il suo percorso è unico, perché unico è il bambino che sta crescendo. Unico è lui, o lei, uomo o donna, di fronte a quella creatura che farà domande, a volte scomode; che chiederà e non sempre ci troverà pronti a rispondere.

Piantiamola di fare statistiche, piantiamola di fare di ogni erba un fascio. Piantiamola di criticare, perché qui, tra mamme pancine e surrogati vari sparsi nei blog e nella vita, c’è sempre qualcuno che ha da dire più degli altri. E non sempre meglio.

SPUNT-Esercizio: noi siamo la nostra statistica e una canzone ce lo può ricordare
Notiamo sempre più spesso come il web non sia altro che una profusione di consigli (spesso anche per gli acquisti, camuffati da volti affabili di mamme con la faccia da Dado Knorr) volti a renderci tutti un po’ più perfetti. In realtà non esistono formule magiche, né statistiche.

In realtà l’unico modo per crescere figli felici è essere felici. E la difficoltà, casalinghe e non, è proprio questa: trovare un modo per sentirsi bene, indipendentemente dal mondo. Un modo per sentirsi “quella o quello giusto”, senza bisogno che l’esperto di turno ci dica che fare. Quindi oggi, come spunt’esercizio, prendiamoci un attimo per noi e cerchiamo di capire cosa ci rende felici.

Vi invitiamo ad ascoltare una canzone di Ligabue che si intitola “A modo tuo”. All’inizio dice:

Sarà difficile
Diventar grande
Prima che lo diventi anche tu
Tu che farai tutte quelle domande
E io fingerò di saperne di più
Sarà difficile
Ma sarà come deve essere
Metterò via i giochi
Proverò a crescere
Sarà difficile
Chiederti scusa
Per un mondo che è quel che è
Io nel mio piccolo
Tento qualcosa
Ma cambiarlo è difficile …

Tentiamo insieme quel qualcosa. Iniziamo a cambiare il mondo smettendo di giudicare e farci giudicare e recuperando quella solidarietà sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Un po’ tutti, web compreso.

a cura di Alessia de Falco