INVALSI: NO AGLI PSICODRAMMI

Fonte: Corriere della Sera

Gira sul web uno scatto “rubato” da qualche docente (che non ha avuto tuttavia il coraggio di dire il proprio nome e cognome, strano), per fomentare la solita polemica in occasione delle prove Invalsi, sostenute pochi giorni fa dalle classi quinte delle scuole primarie italiane. E’ stagionale come le allergie o il trend sul basta compiti e, come sempre, ci adeguiamo con un pizzico di senso critico. Anzi no, non ci adeguiamo affatto.

I titoli dei giornali hanno monopolizzato l’attenzione su una domanda legata al questionario somministrato per l’analisi sociologica. La vedete in copertina. La domanda era probabilmente mal posta, anche se andrebbe esaminato il contesto in cui era inserita, ma … Non stiamo dando origine a una sceneggiata fine a se stessa?

Al “Il Fatto Quotidiano” Anna Maria Ajello, ha dichiarato: “Il 19 maggio a prova finita siamo disposti a discutere di tutto. Ora abbiamo il dovere di garantire la tranquillità di tutti gli studenti. Non so quale sia la domanda che sta girando in rete e non lo voglio sapere. Noi facciamo quesiti che si fanno in tutte le ricerche internazionali. Non sono domande invasive”.

Ai bambini, la scuola dovrebbe insegnare a coltivare i propri sogni, ma anche ad affrontare le situazioni della vita con senso critico. Ci indigneremo altrettanto quando ai nostri figli toccherà superare i test universitari a crocette? O faremo come quelli che ci hanno scritto che alle elementari non bisogna dare i voti e, alla nostra obiezione “Sì, ma poi al liceo, all’università, che facciamo?” hanno risposto “Ehm, non saprei, forse un sistema misto … Ma poi lì sono grandi, ma …”. Dai, smettiamola. Davvero.

Come giustamente ci ha fatto notare una lettrice, forse stiamo drammatizzando un po’ troppo: sarebbe bello che la stessa energia fosse riposta nell’indignarsi perché i tetti delle scuole crollano o ai nostri figli non viene insegnato a ragionare o a comprendere i testi che si leggono (su questo, ad esempio, varrebbe indagare, perché gli analfabeti funzionali sono sempre di più, anche grazie alla cattiva informazione).

Sarà forse il caso di ripensare davvero la didattica, senza strumentalizzarla a fini politici, dividendosi al solito in fazioni folcloristiche tipo sagra di Paese?

Sarà forse il caso, come responsabilità civile di noi tutti, chiedersi: ma se anche l’Invalsi rilevasse carenze o altro, i correttivi ci saranno realmente? O è inutile perché davvero fine a se stesso?

La scuola cambierà davvero nella sostanza, e non solo nella forma, come invece succede anche grazie alle nostre sterili polemiche?

Ecco, su questi punti varrebbe davvero la pena riflettere. E, se proprio vogliamo filosofeggiare sull’Invalsi, magari chiediamoci come mai in un test nazionale appaiono errori grossolani di cultura generale. Ad esempio, confondere “Azio” con “Anzio”.