LA GELOSIA NON E’ UNA FORMA D’AMORE

crepet

L’ultimo libro dello psichiatra Paolo Crepet, uscito da poche settimane, si intitola “Passione“: si parla della passione che abbiamo perduto, ma anche di come i media deformano la passione. Un esempio tipico è quello della violenza sulle donne: argomento che mai assoceremmo ai bambini, eppure la violenza comincia laddove l’educazione è carente. La violenza non ha nulla a che vedere con la passione, eppure, questi due concetti hanno subito un pericoloso slittamento (tutto mediatico e semantico) che li ha portati a toccarsi.

È interessante l’analisi sociologica portata dallo psichiatra, che evidenzia come possesso e gelosia siano in qualche modo incoraggiati dalla nostra società: invece che difetti da correggere, vengono quasi visti come prove d’amore:

Non illudiamoci che sia un’attitudine che riguarda il ’900, molti giovani la pensano ancora così e lo dico sulla base delle mia esperienze professionali, come psicoterapeuta, e quelle personali. Perché c’è ancora una cultura, tramessa sia in ambito familiare sia in quello più ampio del gruppo sociale, quindi scuola e amicizie, che insegna alle ragazze a pensare che l’amore passionale possa o debba prevedere anche qualche “lecita” violenza. La gelosia, ad esempio, viene vista come prova dell’intensità amorosa, di una passione da dimostrare psicologicamente e fisicamente. Quindi si ritiene che faccia parte integrante di ogni relazione sentimentale e che quando viene sollecitata, possa anche scatenare reazioni violente. La gelosia porta sempre sciagure e drammi e bisognerebbe insegnare ai giovani a non considerarla come un sintomo dell’amore, perché non lo è mai. E va detto a scritte capitali che la gelosia non è una forma d’amore, ma solo di possesso, perché l’amore è rispetto innanzitutto. Ti amo, dunque ti rispetto“.
Paolo Crepet

Impariamo a combattere gli aspetti deteriori del possesso: gelosia, invidia e desideri distruttivi nascono da una mente focalizzata sul possesso. Purtroppo non si tratta solo di stereotipi tramandati in famiglia, ma di una società che ci spinge a comprare, consumare e possedere cose. Liberarsi di queste storture mentali è complicato per noi adulti (non che non si debba tentare). Ma, per dirla con la Montessori, “se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo”. Ecco perché la violenza diventa un fatto educativo.

È importante capire che tutto questo ha a che fare con l’educazione e quindi bisogna considerare la donna non solo come vittima, ma anche come colei che può insegnare ai propri figli a combattere questa cultura della violenza“.

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