La grammatica della coerenza, per non andare mai controcuore

IMPARIAMO LA GRAMMATICA DELLA COERENZA

Passa spesso in secondo piano, uno dei tanti nostri linguaggi, forse non quello privilegiato nel quotidiano. Stiamo parlando di quella che potremmo definire la grammatica del cuore, che si intreccia profondamente con una grammatica bel diversa, quella della coerenza.

Essere, non apparire. Sentire nel profondo, non solo ascoltare. Servono parole mai controcuore, per costruire gli uomini e le donne del domani. Per approfondire questo tema, partiamo da un blog che leggiamo con passione, quello di Paolo Mai, uno dei fondatori del progetto L’Asilo nel bosco. In uno dei post più recenti abbiamo trovato questo spunto:

La ragione ci indica ciò che pare opportuno fare in vista di utilità immediate e convenienze individuali, ma siamo sicuri che la felicità percorra tali sentieri?

Il cuore è un disgraziato perchè ci mostra sempre strade in salita ma è onesto e ci vuole bene e allora ci indica ciò che è giusto fare.

E questa per me, per Harvard e altri enti di ricerca scientifica ma pure per Platone, Epicuro Seneca e diversi altri esimi colleghi è la strada che conduce alla felicità.

Nella società dell’apparire, delle fanfare sul web, dell’esultanza per un paio di like in più o per la gente che parla di noi, nel bene o nel male, ci stiamo perdendo la grammatica della coerenza. Quelle poche, semplici indicazioni che vogliono soltanto portarci a “sentire” di nuovo, sentire forte. Non travolti dalla ridondanza, non oppressi dall’esteriorità.

Riscoprire il senso più vero delle parole significa dar loro il giusto peso. Vuol dire pronunciarle dopo averle ponderate, viverle senza soccombere, lasciarle andare senza che siano intrise di pregiudizio o di falsità.

Non mostriamoci diversi da quello che siamo, la grammatica della coerenza serve proprio a questo. A testimoniare genuinità, cura, rispetto e, soprattutto, verità. Non fingiamoci altro, non cediamo alle frasi di comodo, le più semplici.



AI BAMBINI BISOGNA DIRE LA VERITÀ

Perché non partiamo da noi stessi, imparando a cancellare i filtri che ci caliamo addosso per apparire diversi, per non essere davvero noi? Perché smettiamo di raccontarci bugie?

Non possiamo formare gli uomini e le donne del domani, i piccoli di oggi, se non gli permettiamo di vedere la nostra anima. Basta allora fingere di stare sempre bene, di essere sempre perfetti. Impariamo ad essere coerenti, a dichiarare le nostre imperfezioni.

Che significa tutto questo? Vuol dire, semplicemente, che parliamo troppo e sentiamo troppo poco. No, badate bene, non abbiamo scritto “ascoltiamo”, ma “sentiamo”. Il che significa che pronunciamo parole, ma spesso la loro vera essenza si perde.

Non possiamo insegnare ai bambini a seguirci a testa alta, come l’ochetta Martina che trotterellava dietro a Konrad Lorenz, se non curiamo la nostra coscienza, ardua operazione che richiede il coraggio di andare contro corrente e di non aver paura di fronte alla salita.

In chiusura, riprediamo l’ultimo paragrafo del prezioso contributo di Paolo Mai:

  • “Curare le virtu’ è un processo lungo, ascoltare il cuore costa fatica e allora nell’attesa cominciamo col dare il giusto significato ai detti e alle parole.
  • “Studium” significa ,si, applicarsi ma anche meravigliarsi e appassionarsi.
  • “Scholè” significa ozio, tempo libero, magari da dedicare a ciò che ci appassiona.
  • “Ripetere”non significa ridire ciò che ha detto un altro ma domandare piu’ volte.
  • “Aula”deriva dal greco aulè che significa luogo libero, arioso”.

Tutto questo va riscoperto, coerenza significa anche restare ancorati al valore più vero delle cose. Quello che nessun social, chat o foto filtrata potranno rendere virale o travisare.