La leggenda dei Matagot

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

Secondo un’antica leggenda, mille anni fa, una gatta affamata trovò una finestra aperta e si intrufolò in casa, alla ricerca di qualcosa di buono da mettere sotto i denti.
Su un bel tavolo di legno dipinto, trovò un oggetto rosso e scintillante, che assomigliava a un pezzo di carne. La gatta affamata spiccò un balzo, si leccò i baffi, lo afferrò e lo mangiò in un sol boccone.
“Che strano sapore che ha” pensò la gatta.
E infatti quello non era un pezzo di carne, e quella in cui si era intrufolata non era la casetta di una comare: era entrata nello studio di un alchimista e ciò che aveva mangiato non era altro che la pietra filosofale, quella vera.
Si dice che la pietra filosofale renda immortale chi la possiede e che possa trasformare in oro tutto ciò che tocca. Pensate alla disperazione dell’alchimista quando scoprì che la sua pietra – che era unica al mondo – era finita nella pancia di un gatto!
Qualche tempo dopo la gatta mise al mondo sette bei gattini. Presto si scoprì che il potere della pietra era passato a loro: se uno dei gattini miagolava, ecco che sulla sua lingua compariva una bella moneta d’oro.
Purtroppo (o per fortuna), i gatti non sanno cosa farsene dell’oro e quindi non diedero molto peso a quell’incantesimo.
Il tempo passò e i gattini rimasero giovani, dolci e affamati tanto che la mamma, ormai anziana, li chiamò “Matagot”, che nella lingua antica significa “gatti magici”.
Secondo la leggenda sono ancora in circolazione e quando hanno la pancia vuota, avvicinano un essere umano (specialmente i bambini, perché hanno un cuore gentile). Se l’umano li accoglie nel cortile di casa e offre loro un boccone dal suo piatto e un po’ di latte dal suo bicchiere, la mattina dopo troverà una grossa moneta d’oro sotto il guanciale.
La prossima volta che incontrerete un gattino, sapete come trattarlo!