La leggenda del ceppo di Natale (parte seconda)

Parte seconda (Vi siete persi la prima? Leggetela qui)

Quella notte non chiuse occhio: la passò abbracciato a sua sorella, dopo averla avvolta con tutte le coperte e le pellicce che riuscì a trovare. La mattina seguente il ragazzo si alzò all’alba e si vestì, per uscire.
“Andrò a cercare della legna, ma tu devi rimanere qui” disse severo alla sorellina.
“Ma ho paura”, piagnucolò lei.
“So che hai paura. Ma la nostra legnaia è distrutta, e se non trovo qualcosa da bruciare non sopravvivremo a lungo. So dove andava papà a fare la legna, magari ha lasciato dei rami e dei ciocchi”.

La bambina si asciugò le lacrime e si morse la lingua: non voleva scoppiare a piangere adesso, non dopo il guaio che aveva combinato. Il giovane prese uno slittino e delle corde per caricare la legna, si legò ai piedi le racchette da neve e partì, non appena la luce del Sole rischiarò la strada.

Com’era bello l’inverno: i raggi del Sole si riflettevano sui cristalli di neve e gettavano bagliori dorati qua e là: sembrava di essere in paradiso. Ogni tanto, il vento spazzava la montagna e un sottile velo di neve copriva il volto del ragazzo, come polvere incantata. Certo, sarebbe stato ancora più bello con la legnaia al suo posto, il camino crepitante e mamma e papà insieme a loro, nella baita.

Il ragazzo conosceva bene il sentiero: bastava cercare i tronchi degli alberi con taglio a forma di croce: era stato suo padre a fare quei tagli, per riconoscere la strada che portava al bosco. Dopo due ore di strada, raggiunse i primi alberi: era lì che facevano la legna. Ormai la neve aveva coperto tutto: non c’erano rami, nè ciocchi di legna da portare a casa. La sua fatica era stata inutile? Ad un tratto, fu abbagliato da un luccichio; veniva da un abete.

Tra le fronde verdi, ammantate di bianco si intravedeva il tronco dell’albero, libero dalla neve: sembrava il nascondiglio di una fata. Il ragazzo si avvicinò e pregò.
“Fa’ che ci sia una fata vera, di quelle che aiutano i bambini, come nelle storie che ci raccontava papà, accanto al fuoco”.

Tuttavia, l’albero non nascondeva fate o folletti: era stata la lama di un coltello ad accecarlo. Aveva l’aria familiare: sul manico, d’osso, erano incisi dei fiori. Dove lo aveva già visto? “Ma certo, quello è il coltello del papà”. Il giovane allungò un braccio per raccoglierlo e si accorse che era conficcato dentro qualcosa, così cominciò a scavare con le mani per liberarlo e si accorse che la lama era piantata dentro un grosso ceppo di legno, perfettamente rotondo, alto tre piedi e largo almeno un metro.

“Questo ceppo,” pensò il ragazzo, “se solo riuscissi a portarlo a casa, potremmo scaldarci per giorni”. Fece alcuni tentativi, ma era troppo pesante per sollevarlo. Mentre tentava di caricarlo sulla slitta lo osservò: la sua corteccia liscia formava un cerchio perfetto. Fu allora che ebbe un’idea. “Non riesco a sollevarlo da solo, ma forse potrei provare a farlo rotolare fino alla baita. La neve è spessa e lo rallenterà abbastanza perché io riesca a fermarlo”.
Legò la corda intorno al ceppo, per assicurarlo, e cominciò a spingerlo giù: lentamente, il legno si smosse e cominciò a muoversi.

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