La leggenda del ceppo di Natale

Parte prima

L’inverno era arrivato da poco e aveva coperto di neve il fianco della montagna.
Era quasi Natale. In una piccola baita di legno, vivevano un ragazzo e la sua sorellina, di qualche anno più piccola; insieme a loro, nella stalla sul retro della casetta, c’erano sei mucche e quattro caprette.

Dei genitori, nemmeno l’ombra. La loro mamma era scomparsa quando erano piccini; il padre, che si era sempre preso cura di loro, qualche giorno addietro era uscito di casa per fare la legna e non aveva più fatto ritorno.
Forse era stato aggredito da un animale, o forse era scivolato in un crepaccio; quale che fosse il motivo della sua scomparsa, i bambini erano rimasti da soli e avevano dovuto arrangiarsi.

Per fortuna, il fratello maggiore sapeva come accendere il camino, come mungere gli animali e come preparare polenta e stufato.
“Non preoccuparti” diceva sempre alla sua sorellina, “resisteremo fino a quando tornerà il papà”. Si sforzava di sorridere ma, per ogni giorno che passava, sempre più neve cadeva sulla montagna e seppelliva anche la sua speranza di rivederlo.

Una mattina, il giovane portò fuori di casa il secchio della cenere, poi andò nella stalla per cambiare il fieno agli animali. La sua sorellina si coprì con una spessa coperta di lana e uscì per aiutarlo ma, passando accanto alla legnaia, vide qualcosa che brillava tra la cenere: era carbone ardente, ma sembrava una stella luccicante. La bambina infilò una manina nel secchio, per afferrarla; del resto aveva appena cinque anni, cosa poteva saperne del fuoco e dei suoi pericoli? Non riuscì nemmeno a sfiorare la brace, perché si scottò la punta delle dita.

“Ahi” strillò, lasciando cadere la coperta sul secchio, poi corse nella stalla, per farsi medicare dal suo fratellone.
“Cos’è successo?” chiese lui. “C’era qualcosa nella cenere: brillava come le stelle. Volevo raccoglierlo, ma scottava”.
“Erano carboni ardenti” disse secco il ragazzo, alzando la voce. “Potevi farti male”. Abbracciò la sorella, che tremava, in silenzio, poi si sfilò il maglione di lana per coprirla.
“Per fortuna non è niente di grave”.
In quel momento, la stalla si riempì di fumo.

Il ragazzo uscì a passo svelto e si fermò sulla soglia, immobile. La legnaia andava a fuoco; quando sua sorella era corsa da lui, aveva lasciato la sua coperta sul secchio con la brace. Il tessuto aveva preso fuoco e in un attimo aveva incendiato anche la legna su cui era posata. Il ragazzo provò a buttare della neve sulle fiamme, ma fu inutile: ormai l’incendio divampava e non c’era modo di fermarlo. Fu così che la legnaia andò distrutta.

“E adesso, come ci scalderemo?” chiese la bambina al fratello.
“Non lo so”, rispose lui scuotendo le spalle, con le guance rigate dalle lacrime; “avresti dovuto pensarci prima di giocare con la brace”.
Come avrebbe potuto badare a sua sorella se non aveva più legna per accendere il camino?

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