La pedagogia degli oppressi

Il grande problema sorge quando ci si domanda come potranno gli oppressi, che ospitano in sé l’oppressore, partecipare all’elaborazione della pedagogia della loro liberazione, dal momento che sono soggetti a dualismo e inautenticità. Solo nella misura in cui scopriranno di ospitare in sé l’oppressore, potranno contribuire alla creazione comune della pedagogia che li libera. Finché vivono il dualismo in cui essere è apparire, e apparire è assomigliare l’oppressore, è impossibile farlo.
[…] Quasi sempre gli oppressi, invece di cercare la liberazione nella lotta e attraverso di essa, tendono a essere anche loro oppressori, o oppressi in secondo grado. […] Il loro ideale è realmente essere uomini, ma per loro essere uomini è essere oppressori […].
Per loro l’uomo nuovo sono loro stessi, che diventano oppressori degli altri.

Nessuno possiede la libertà , come condizione per essere libero: al contrario, si lotta per la libertà, perché non la si possiede. E la libertà non è un punto ideale, fuori degli uomini, difronte a cui essi si alienano. Non è una idea che si fa mito. È una condizione indispensabile al movimento di ricerca in cui gli uomini sono inseriti, perché sono esseri inconclusi. Si impone quindi la necessità di superare la situazione di oppressione.

La pedagogia dell’oppresso, come pedagogia umanistica e liberatrice, avrà due momenti distinti. Il primo, in cui gli oppressi scoprono il mondo dell’oppressione e si impegnano nella prassi a trasformarlo; il secondo, in cui, trasformata la realtà oppressiva, questa pedagogia non è più dell’oppresso e diventa la pedagogia degli uomini che sono in processo permanente di liberazione.

BIBLIOGRAFIA
Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, EGA Editore, 2002