La scuola del futuro: meno compiti e più esperienza di vita

In questi giorni si parla molto di scuola: si riflette sull’utilità dei compiti, sull’uso dello smartphone in classe. Ma poi, non è un po’ assurdo che di fronte a decine di pediatri che sostengono i danni cerebrali causati dall’uso massiccio degli smartphone ci sia chi si batte per farli usare a scuola?

La scuola, per  come la conosciamo, è quella dell’Ottocento, quella nata per preparare gli operai al lavoro in fabbrica, i dipendenti al lavoro d’ufficio e i dirigenti ad ottimizzare questi due processi. Una scuola che prepara a seguire delle istruzioni, a svolgere dei compiti, ad inserirsi come ingranaggi in un congegno.



Ma a cosa dovrebbe preparare la scuola del 2017?

  • Il nostro mondo tende sempre di più ad innovare i processi lavorativi: si va dal telelavoro alle professioni che si svolgono da remoto, stiamo destrutturando il mondo del lavoro e ci saranno sempre meno posti in fabbrica/ufficio in futuro
    QUINDI: dobbiamo imparare sì la flessibilità, ma soprattutto la gestione del tempo e degli spazi
  • La società della conoscenza impone un aggiornamento continuo delle conoscenze, la capacità di stare al passo e soprattutto di inserire questo flusso in un percorso di crescita personale: servono competenze strategiche, metodo scientifico e metodologia di ricerca ma anche attenzione alla formazione
  • La società della rete permette la condivisione e la partecipazione come non abbiamo mai visto; tuttavia a patto di avere la capacità di utilizzare la comunicazione in modo costruttivo e di riscoprire lo spirito civico e le relazioni umane
  • In tutto questo, non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo finale: dobbiamo formarci per vivere felici, non per diventare amministratori delegati; e se la felicità si può esprimere attraverso il lavoro, non vale il viceversa. Lo dimostra l’impennata di psicopatologie degli ultimi decenni.

I compiti servono o fanno danni?

DIPENDE. Sono uno strumento utile se utilizzato con intelligenza. Insegnano a gestire il tempo e possono essere utili per imparare il metodo scientifico. Un uso intelligente dei compiti spetta al buonsenso degli insegnanti: di sicuro non sono lo strumento per rimediare a un lavoro in classe mediocre. E non devono impedire ai bambini di giocare un paio d’ore al parchetto dopo esser stati chiusi a scuola tutto il giorno.

Nella diatriba compiti sì/no dimentichiamo quello che davvero conta: gli strumenti non sono buoni o malvagi, sono strumenti. Come tali vanno utilizzati. Il frullatore serve oppure no? E le penne stilografiche? Dipende. Dipende dal contesto, dipende dalle esigenze e dalle possibilità, ma soprattutto da cosa dobbiamo fare. Noi siamo assolutamente a favore dei compiti, a patto che siano proposti in modalità e quantità tali da permettere ai bambini di avere ogni giorno 4/5 ore di tempo libero per giocare.

Urge invece una conversione ecologica dei compiti, una trasformazione che li renda uno strumento di partecipazione, di scambio, di approfondimento. Liberiamo il potenziale comunicativo che abbiamo a disposizione e facciamo in modo che il momento dei compiti diventi apprendimento dei media.

Più esperienze all’aria aperta e educazione alle emozioni

Sapevate che dopo una pausa all’aria aperta i bambini apprendono di più? E allora, perché non puntare sulle uscite all’aria aperta (in questo caso sì, in via eccezionale, potremmo usare le tecnologie mobile per favorire l’apprendimento). Sull’esempio dell’asilo del mare, o della scuola nel bosco, possiamo trovare nuove forme di apprendimento, fuori dalla classe e a contatto con la natura.

Un aspetto fondamentale di cui la scuola dovrebbe occuparsi è l’educazione emotiva, è preparare gli adulti di domani a gestire se stessi in un mondo difficile, complesso e frammentato. Anche se le basi del controllo e del riconoscimento delle emozioni sono innate e si sviluppano in famiglia, la scuola può fare molto: avete dato un’occhiata ai nostri laboratori di educazione emotiva? Sono idee semplici, che ci piacerebbe vedere più applicate.



A chi ispirarci? Secondo noi, all’educazione democratica  (qui la definizione che ne da Wikipedia), alla pedagogia della natura e alle scuole nel bosco (qui un esempio), ma anche a valori e sentimenti che condividiamo.

a cura di Matteo Princivalle