Regole e riflessioni per una sana sgridata

No al giustificazionismo. Sì all’etica del concreto

Il genitore efficace, sul piano dell’educazione, è quello che non si abbandona alla rabbia, non si offende e non fa ritorsioni, non fa l’amicone dando quella confidenza che è pronto a ritirare violentemente alla prima occasione, non vuole trasformare e plasmare i figli a proprio piacimento.

Queste parole di Daniele Novara, ci portano subito nel vivo di uno spinoso tema che anche noi abbiamo affrontato qualche giorno fa.
Come fare a farsi rispettare dai bambini, mantenendo la calma e possibilmente senza urlare? Già, perché purtroppo i genitori urlano, spazientiti, di fronte ai bambini. E poi si colpevolizzano, temendo di aver creato chissà che danno.

Sandro Rosseti, psichiatra e psicoterapeuta, direttore del Training dell’Istituto Italiano per la ISTDP (Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve) di Habib Davanloo, nel 2015 aveva scritto: “Una mamma che urla è una mamma con tanta ansia (inconscia), che sfoga, appunto, urlando (o tirando schiaffi: da questo punto di vista i fenomeni non sono diversi). Non è cattiva, nel senso che non dipende da lei ma dall’inconscio che ha (e che è il prodotto inattingibile – salvo terapia – dell’inconscio e dei comportamenti della generazione precedente: qualcuno lo ha fatto con lei, quando era bambina), ma spaventa – la faccio semplice – il figlio, che a sua volta non potrà poi che riprodurne con altri, propri figli inclusi, i comportamenti. La colpa che sentono le mamme dopo che hanno urlato è enorme. Urlare al figlio è un danno inconsciamente motivato, che fanno a se stesse, prima ancora che al figlio.

Cosa significa non urlare? Lasciamo perdere il web e scopriamolo dentro di noi

Allora, intanto vanno fatti dei distinguo: la ricerca sopracitata parla di abusi verbali di una certa entità, offese, insulti che, senza nemmeno bisogno di fare sofisticate analisi, è ovvio che minino nel profondo l’autostima del bambino. E di questo siamo convinti tutti. Ovvio che se partiamo dal senso di colpa di cui sopra, non andiamo da nessuna parte.

Lo sforzo che vi chiediamo è di non limitarvi a leggere un metodo, o delle ricerche, ma a lavorare su di voi. Cioè ad analizzare un episodio in cui avete urlato, chiedendovi perché lo avete fatto e che cosa è successo dopo. Sapendo che:

  • nessun bambino è mai morto per un “Basta!” pronunciato a qualche decibel più alto di quelli auspicati dalla pedagogia
  • nessun adulto è mai stato sempre calmo e coerente, al netto forse del Mahatma Gandhi
  • nessun sistema educativo o punitivo è efficace, senza il vincolo dell’amore incondizionato


Per capire la sgridata bisogna sentirsi amati

Quando si urla, il carico emotivo da affrontare, i sensi di colpa, i dubbi, sono laceranti. E si combattono solo con il dialogo, quello sincero che può nascere tra genitori e figli che crescono insieme. Noi crediamo all’etica del concreto. Che, senza troppi giri di parole, si sintetizza così: ognuno di noi trova il suo punto di contatto con il proprio bambino. Se capita di perdere le staffe, non teniamoci il muso e spieghiamoglielo chiaramente: “Ho esagerato. Scusa”. Perchè è quella la sgridata che fa male, quella non motivata, se non dalla nostra ansia o stanchezza.

SPUNT-ESERCIZIO: impariamo l’associazione mentale ed il reframing

Se i figli urlano (e ciascuno dei figli urla la sua frase!), saltano, si picchiano, piangono di continuo, piagnucolano, fanno un capriccio e si gettano per terra, possiamo attuare delle strategie per decomprimere ed evitare che il cervello vada in modalità “sopravvivenza emotiva. E’ quel punto in cui si innesca il sovraccarico e partono le urla. L’etica del concreto si riscopre in tre step:

1) non dimentichiamoci i grandi classici salva vita: respira, conta fino a dieci, sorridi o almeno provaci. Il terzo punto che sembra una baggianata, in realtà è il più importante: postura del positivo, chimica del positivo. A volte la fisiologia ci aiuta a cambiare mood.


2) impariamo a fare associazioni mentali: 
alleniamoci a visualizzare il momento critico e associamolo ad una risorsa emotiva: cioè mentre al segnale si sta scatenando l’inferno, pensiamo che tutto sommato gli vogliamo bene lo stesso. Cioè proviamoci: scherzi a parte, immaginiamo l’amore che proviamo per loro, proviamo a sentirlo. Aiuta ad essere sicuri e ad aprire il dialogo dopo. Perché comunque prima ci sarà la discussione. E non si scappa.

3) E ora facciamo reframing: significa imparare a vedere una situazione sotto un’altro punto di vita, con altri occhi. Non sarebbe bello cambiare il pensiero che scaturisce nella nostra mente nel momento del conflitto? Ad esempio, di fronte a due fratellini che si azzuffano e che decisamente non sopportiamo più, proviamo a pensare: “Se li fermo e provo a fargli spiegare la situazione, a farli parlare tra loro, magari si confronteranno”.
E’ sempre meglio di: “Ora li meno perché non ascoltano”.

Per il resto, amiamoci nelle nostre imperfezioni. I nostri figli lo fanno.