LE TELECAMERE A SCUOLA NON FANNO PREVENZIONE

Se vogliamo evitare che si ripetano gli episodi di violenza sui bambini a cui periodicamente si assiste (e per fortuna, nonostante la copertura mediatica, si tratta di casi isolati), la parola chiave è prevenzione.

Prevenzione significa esaminare gli insegnanti sotto il profilo psicologico prima dell’assegnazione delle cattedre e durante il percorso scolastico. Insegnare è un lavoro difficile, che necessita di un sostegno adeguato. Ad oggi, gli insegnanti sono lasciati soli nello svolgimento del loro lavoro. Occorre una strategia chiara per riconoscere e trattare la sindrome da burn-out prima che questa possa degenerare in violenza (fisica o psicologica, che è altrettanto subdola). Un insegnante che vede nei suoi allievi dei “nemici” da colpire o da schernire è prima di tutto una persona bisognosa di aiuto (e di essere temporaneamente sospesa/o dall’incarico).

Purtroppo, questa strada non ha ancora trovato risorse, progettualità e consenso. Ed è proprio la mancanza di strategie di prevenzione che ci spinge a considerare le telecamere. Queste, purtroppo, non risolvono il problema alla radice, perché intervengono a fatti già avvenuti. Certo, potrebbero essere un deterrente, ma ricordiamo che già ad oggi, in caso di indagine su un possibile maltrattamento, vengono installate delle telecamere nascoste.

Le telecamere sono un rimedio d’emergenza, che non può e non deve essere l’unico investimento a difesa di docenti e ragazzi; dobbiamo riconsiderare seriamente l’importanza della prevenzione psicologica. Noi non siamo contrari alle telecamere (che rimangono un investimento notevole a fronte di una scuola che ha sempre meno fondi). Però, vorremmo qualcosa di più: un impegno serio a considerare il benessere psicologico dentro le aule scolastiche.