Mamma, papà, che succede nel mondo? Usiamo le vacanze come momento di dialogo e confronto con i bambini

Vacanze, più tempo per sé e per la famiglia. Momento di riposo, di divertimento e di svago. Quest’anno, in particolare, anche momento di riflessione. Di fronte a media che ci stanno bombardando con immagini che difficilmente vorremmo vedere, che difficilmente vorremmo che vedessero i nostri figli, è naturale vivere uno stato di preoccupazione ed incertezza. Inevitabilmente i più piccoli se ne accorgono, così come altrettanto fisiologicamente ci porranno delle domande. Abbiamo già affrontato, a modo nostro, il tema della paura. Oggi vorremmo focalizzare l’attenzione sul tema dell’altro da sé, inteso come ricchezza e non come nemico. I fatti che stanno accadendo, nella loro drammaticità, ci portano a riflettere sul grande tema di sempre: la paura dell’altro, quando l’altro è inteso come diverso da noi.
Si tratta di un atteggiamento, un’attitudine che i genitori manifestano anche in presenza dei figli, condizionando la loro percezione del mondo. Sui fatti che stanno accadendo, sulle loro conseguenze, sul dolore e la rabbia che da essi scaturiscono, è necessario trovare un momento congiunto, all’interno delle famiglie, per scambiarsi idee e rispondere alle domande dei più piccoli.
Paradossalmente, questo momento storico di incertezza, di tensione e precarietà, ci offre una grandissima opportunità: dopo aver guardato per anni le guerre degli altri, con indifferenza e distacco, per ignoranza, rassegnazione o quieto vivere, oggi siamo costretti a dare risposte.
I più piccoli ci chiedono sostegno affettivo, punti di riferimento stabili, non soltanto nei momenti della quotidianità ma anche nella ricerca di chiavi di lettura di un mondo che sta cambiando, probabilmente anzi quasi sicuramente non in meglio.
Ecco che i tempi più rilassati della vacanza ci possono aiutare: leggiamo insieme, parliamoci, diciamoci le nostre paure. L’unico modo per vincere la rabbia, l’odio, il pregiudizio, è confrontarsi sulle chiavi di lettura, riscoprendo insieme che il rispetto della libertà, di tutte le libertà, è l’unica via per la pace.

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Di fronte alla violenza, non serve il distacco: cerchiamo insieme la speranza.

Genitori in primis e più in generale chiunque abbia responsabilità educative, hanno il compito di accompagnare bambini e ragazzi nel mondo e di avvicinarli alle diverse realtà dell’esistenza evitando per quanto possibile un impatto troppo duro e spesso insostenibile.

Tutti noi ci siamo chiesti cosa dire ai bambini, perchè prima o poi le domande arriveranno.
Come aiutarli ad esprimere le loro emozioni, a fare fronte a eventi tanto drammatici come il terrorismo e la guerra? Non eludiamo il dialogo e non trinceriamoci dietro risposte standard. I bambini hanno in primo luogo il diritto di sapere, di avere tutti gli elementi per giudicare.

Nel momento in cui parliamo dell’altro da noi, non diamo giudizi, non siamo tenuti a farlo davanti ai nostri figli. Li mettiamo al mondo liberi, liberi dovranno essere nel momento in cui cercheranno di capire il mondo.
Chiaramente a seconda dell’età del bambino variano forme e modi del dialogo con i figli, ma in ogni caso bisogna ricordarsi che le nostre paure e le nostre angosce, se non controllate, sono contagiose e che sempre, in ogni comunicazione, è utile cercare insieme motivi di speranza. Ad ogni età si affrontano in modo più costruttivo le difficoltà se si intravede una luce in fondo al tunnel.
Le situazioni di emergenza richiedono di restare o tornare uniti, rinsaldare i legami, senza abbandonarsi alla disperazione o all’aggressività incontrollata, dando fiducia alla ragione temperata dai sentimenti, aiutando chi ha più bisogno.
Fingere sicurezza, ipocrita distacco o sciocco ottimismo davanti ai figli non serve a nulla: i bambini hanno bisogno, noi abbiamo bisogno, di dimostrare la ferma volontà di non lasciarci travolgere dagli eventi, di non accettare l’inaccettabile e  di trovare insieme vie di uscita. A partire dal nostro quotidiano.

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Costruiamo una cultura neutra, senza pregiudizi.

Arriveranno prima o poi anche questa domanda. I bambini non vogliono una lezione su quanto male possano fare le ideologie, o le religioni, o la politica, ma vogliono essere rassicurati, sapere che i genitori sono disponili a rispondere; che, comunque vada, all’interno della famiglia troveranno un porto sicuro dove confrontarsi senza paura. Alle domande di cui sopra, noi non daremo in questa sede una risposta. Ci sentiamo di dare un suggerimento alle famiglie che ci leggono: non è mai troppo presto per informare.

Solo una cultura neutra, senza pregiudizi di sorta, capace di dare il più variegato pacchetto di chiavi di lettura ai bambini, ne farà adulti equilibrati. Qui la difficoltà del compito del genitore, dell’educatore, perchè noi per primi abbiamo paura, anche quando non vogliamo farlo vedere.
Le nostre angosce, che poi diventano i nostri pregiudizi, sono la prima cosa che dobbiamo eliminare, cosa possibile solo con l’apertura all’altro, il dialogo, il confronto.
Ci fanno paura i terroristi, i profughi, gli assassini che spargono sangue in giro per il mondo? Benissimo, spieghiamolo ai bambini. Dicendo loro che non tutte le scelte sono giuste, ma che dobbiamo essere in grado di crescere e vivere senza ledere le libertà altrui. Solo così saremo davvero liberi.

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Mamma, che cos’è l’Islam?

A questo proposito, riportiamo parte di un articolo dello psicoterapeuta Fulvio Scaparro uscito nel 2015 sul Corriere della Sera:

“Quali che siano le vostre opinioni in materia di fede, tenetele a bada perché i bambini hanno diritto ad essere informati. Non approfittiamo della loro ingenuità per spingerli precocemente a seguire le nostre convinzioni.
Se non sapete come rispondere, ammettetelo davanti ai figli e insieme a loro cercate una risposta per quanto possibile obiettiva. Di solito è più difficile sintetizzare un argomento importante in poche parole che tenere una dotta conferenza sul tema. Quella che segue è una risposta troppo lunga ma se ne può utilizzare, se si vuole, quanto basta per soddisfare la curiosità dei figli. “L’Islam è una delle grandi religioni del mondo. Oggi più di un miliardo di persone è musulmana. ‘Musulmano’ vuol dire ‘appartenente all’Islam’. Islam si può tradurre in italiano con ‘sottomissione’ e i Musulmani si sottomettono a Dio. Ci sono tanti modi per dire ‘Dio’ in questo mondo. I Musulmani lo chiamano Allah. I Musulmani, i Cristiani e gli Ebrei credono in un solo Dio ma questo non è bastato per farli vivere insieme in pace. Non tutti i Musulmani sono arabi, anzi gli arabi sono la minoranza rispetto ai tanti Musulmani sparsi nel mondo. Però gli arabi vivono nei luoghi dove l’Islam è nato, o nei Paesi vicini. E’ nell’Arabia Saudita che si trovano i luoghi sacri dell’Islam, dove il Profeta Maometto iniziò la sua predicazione quindici secoli fa. ‘Profeta’ è chi afferma di parlare in nome di Dio. Quello che Maometto disse è raccolto nel Corano, parola che vuol dire ‘lettura ad alta voce’. Lì si legge che uccidere un innocente è come uccidere tutta l’umanità. Colpevole è chi uccide o incita a uccidere usando il nome di Dio come un’arma, e non l’Islam. Questo dovrebbe valere anche per chi non è musulmano, per tutti. Ricordiamocelo quando incontriamo i tanti lavoratori immigrati musulmani, i loro figli e i loro famigliari che vivono onestamente nel nostro Paese. Mi piacerebbe che tu non rinunciassi a sognare un mondo in cui si possa vivere insieme in pace anche se diversi per cultura, fede e opinioni politiche. Vivere in pace è più difficile che fare la guerra ma se ci proverai, se ci proveremo, la nostra vita sarà servita a qualcosa.”