Martino canterino

Testo di: Elisa Testa

Il più piccolo tra i pirati della ciurma del Corsaro Nero era appena un bambino, Martino. Suo padre era il cuoco del vascello e Martino lo aiutava ad affettare le cipolle e a rassettare il ponte sottocoperta. Adorava vivere su quel grande vascello, attraversando i sette mari; la sua passione era cantare, intrattenendo la ciurma e il pappagallo del capitano. Il bambino avrebbe tanto desiderato avere un soprannome da pirata e scendere a terra alla ricerca di tesori, ma era troppo piccolo per entrambe le cose.

Il Corsaro Nero voleva bene a Martino e spesso lo invitava nella sua cabina, per raccontargli le sue molte avventure. Una sera gli raccontò delle fate: “Nessuno sa cosa ci sia sulla loro isola luminosa, ma le fate non permettono a nessuno di avvicinarsi prima di aver superato le loro tre prove. Io ho sempre sognato di vederle, ma ho sempre fallito”.
“Andiamo là insieme: potrei aiutarti io” disse il bambino, ma il capitano lo mandò a dormire con un cenno della mano. Quella notte, Martino decise che sarebbe partito per la sua prima avventura: quando tutti si furono addormentati, rapì il pappagallo del Corsaro Nero – che faceva la sentinella sul ponte – dopo averlo imbavagliato e si allontanò su una piccola scialuppa.

Martino remava, cantava e sognava ad occhi aperti. Liberò il pappagallo, spiegandogli le sue intenzioni: “Voglio portare al capitano il tesoro delle fate”. Il pennuto decise di aiutarlo e lo guidò con la sua voce gracchiante fino all’isola delle fate. All’alba i pirati si accorsero che Martino era sparito, insieme alla scialuppa e al pappagallo. Il Corsaro Nero capì subito dove si era diretto e disse alla ciurma di far vela verso l’isola delle fate, di ormeggiare la nave e di aspettare il ritorno del ragazzo.

Finalmente, il piccolo pirata vide le spiagge sabbiose dell’isola delle fate; la sabbia sprigionava una luce intensa, che avvolgeva l’isola e impediva di vedere cosa ci fosse più in là. Martino non fece in tempo a scendere dalla sua imbarcazione che un gabbiano dal becco d’argento lo fermò stridendo:
“Se da qua tu vuoi passare
una prova dei superare!
Come si chiama il minuscolo insetto
che prepara uno squisito dolcetto?”

Martino si fermò a pensare e si ricordò di aver assaggiato del miele, nel porto di Nassau. Suo padre gli aveva spiegato che erano le api a produrlo, sulla terraferma e il bambino rispose al gabbiano: “Sono le api”.

Il gabbiano gli permise di scendere a terra e gli disse di proseguire lungo il sentiero che attraversava il bosco.

Martino trovò il bosco e proseguì dritto lungo il sentiero. Giunto nei pressi di una vecchia quercia, fu fermato da un gufo.

“Se più in là tu vuoi passare,
un’altra prova dovrai superare.
Cos’è che gira senza cadere,
è rotonda e intorno a te puoi vedere?”

Il bambino si ricordò di un libro, che gli aveva regalato suo padre nel porto di Macao. Martino, infatti, quando non lavorava sul vascello, amava leggere nella sua piccola cabina. Sulla nave era l’unico che sapeva leggere; merito di suo padre, che ad ogni porto cercava un maestro che gli desse qualche lezione.

“A girare così è il nostro pianeta,
tesoro prezioso come oro e seta”.

Il gufo fece molti complimenti al ragazzo e lo invitò a proseguire. Martino superò il bosco e arrivò alla città delle fate, ma i cancelli erano sbarrati.
C’era un cartiglio che diceva:

“Se queste porte tu vuoi aprire,
dovrai farci divertire”.

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“E come dovrei fare, non c’è nessuno nei paraggi” pensò Martino, poi ebbe un’idea: si mise a cantare. I pirati gli avevano insegnato che il canto allieta i cuori e il bambino cominciò a cantare una ballata di mare, uno di quei canti allegri e un po’ spacconi dei corsari.

Presto, dalle porte della città sentì le voci delle fate, che cantavano insieme a lui. Le porte si spalancarono e Martino fu invitato ad entrare e a festeggiare insieme alle fate.

“Sei il primo essere umano ad entrare nella nostra città” disse a Martino la regina delle fate, “chiedi qualsiasi tesoro e noi te lo daremo”. Ma il ragazzo non chiese oro né ricchezze: domandò invece di far entrare anche il Corsaro Nero, che aveva sempre desiderato di vedere le fate. La regina acconsentì e chiese al gabbiano dal becco d’argento di accompagnare fin lì i pirati, che aspettavano sul loro vascello.

Non potete immaginare la gioia del capitano: fu tale che concesse a Martino un soprannome da vero pirata: Martino canterino. Con un po’ di coraggio, di grinta e d’energia, era riuscito a trasformare il suo sogno in realtà.