A Natale regaliamo gentilezza e competenze

Oggi il mondo viene percepito come un immenso pericolo: temiamo i terroristi, la natura che si ribella, la crisi economica, la fragilità delle relazioni sociali. Eppure, anziché riempirci di angoscia, andando ad acquistare manuali per la costruzione di bunker o di autodifesa, scopriamo sempre più spesso il piacere dei piccoli gesti.

Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, ci indica un’altra via d’uscita dall’età della cupezza, esortandoci a praticare, ora come non mai, la gentilezza. Essere gentili è il miglior regalo che possiamo fare a Natale: significa lavorare sulla nostra fiducia verso il prossimo, superando la barriera del nichilismo (“Ma chi me lo fa fare, se tanto vince sempre chi fa la voce grossa?”).

Significa anche regalare una competenza: quella di saper affrontare la vita con fiducia. Che non è soltanto un’attitudine che migliora l’apprendimento, ma un modo per allenare la resilienza. E cambiare il mondo. Davvero.

La forza e l’autoritarismo avanzano, ma certamente non per molto ancora. Nel momento in cui prendiamo consapevolezza che questo eccesso non determina un successo reale, ci rendiamo conto che esiste anche un altro modo per ottenere ciò che si desidera: la capacità di costruire insieme, in un contesto condiviso, basato sulla comprensione, sul rispetto, sull’umiltà e sull’accettazione incondizionata del punto di vista altrui.

 

Franck Martin, Il potere della gentilezza

IL RISCHIO DI FIDARSI: ECCO LA VERA GENTILEZZA

Bisogna scommettere sulla possibilità del bene. Con una decisione della volontà: nel momento delle crisi, certi atteggiamenti “ottimisti” non possono essere  – ovvio – frutto di spontaneità, ma di generosità e di dedizione. Un rischio che è vantaggioso correre. Non è questione di ingenuità, al contrario: di scaltrezza. Nel rapporto costo-beneficio, posizionarsi nella ritirata e nel sospetto sarebbe un non vivere, un pre-morire. La felicità è la realizzazione di sé e non avviene in un universo astratto, bensì in un contesto di relazioni: passa attraverso l’incontro con altri. Come diceva Aristotele, è impossibile essere felici senza amici. E siccome a un amico (come a un amore) affidi tutto te stesso, c’è un rapporto molto stretto tra felicità e fiducia. Non è questione che riguardi solo il singolo. In tempi di diffidenza verso le istituzioni e la politica, il recupero della fides diventa un bene collettivo.

 

Salvatore Natoli, docente di Filosofia teoretica, Il rischio di fidarsi (il Mulino).



LA RISONANZA DELLA GENTILEZZA

Il sociologo tedesco Hartmut Rosa in Resonanz. Eine Soziologie der Weltbeziehung introduce un concetto che rende ancora più preziosa la gentilezza: lo studioso parla di risonanza, fenomeno che verifica quando due persone entrano in dialogo e si lasciano trasformare ed arricchire dalla relazione. Ecco il senso reale della “warm cognition”: io docente apro il mio mondo e mi apro allo scambio di positività. Così nel lavoro, così nella vita. La gentilezza cambia, se riusciamo a cambiare in due.

Ma c’è un problema: parafrasando Don Abbondio, “se uno fiducia e risonanza non ce l’ha, non se la può dare”.

SPUNT-ESERCIZIO: portiamola risonanza della gentilezza nella nostra vita

Ad aiutarci, stavolta, una canzone di Elvis Presley, Walk a Mile in my Shoes, che dice:

Se io potessi essere te, se tu potessi essere me/ per appena un’ora /se potessimo trovare il modo per entrare/ l’uno nella mente dell’altro/ cammina per un miglio nelle mie scarpe.

Immedesimarsi nell’altro non basta: occorre trasformare empatia e gentilezza nell’abilitá di vedere il mondo attraverso gli occhi di un altro, capirlo dalla sua prospettiva, “sentire” le sue emozioni, ma anche di fare della relazione con l’altro un momento di vera crescita. La scuola delle emozioni è la vita stessa.

Vi lasciamo, come spunto operativo, il decalogo scritto da Clare Patey, artista specializzata in lavori site specific e oggi direttrice dell’Empathy Museum, il primo al mondo, un progetto nato a Londra  nel 2015: