La follia di chi vuole abolire le note

Una riflessione breve sul recente articolo del Fatto Quotidiano (dal titolo che è tutto un programma “Note a scuola, aboliamole. Oppure diamole ai maestri che le usano”).

Dopo la polemica sul Basta compiti!, che alla fine ci ha visti d’accordo (a patto, però, di insegnare ai bambini l’importanza dell’impegno e di lavorare sodo), adesso pare cominciata una nuova campagna: quella contro le note. Questa volta, però, noi non ci stiamo.


La nota, infatti, è uno strumento utile, così come lo è il rimprovero o la valutazione; tutto sta nel mondo in cui viene utilizzata. E’ utile se ammettiamo di sbagliare; è utile in una società onesta, che guarda all’errore come ad una preziosa opportunità.

Siamo per la perfezione apparente o per l’errore che fa crescere?

Immaginate un mondo senza note, senza voti, senza rimproveri; sarebbe un mondo migliore? No: sarebbe un mondo in cui regna uno stato di perfezione apparente, in cui, mancando un metro di giudizio ciascuno si crede perfetto, sotto la sua micro-campana di vetro. Il mondo in cui tutti sono geni a casa propria, in cui i maleducati sono sempre gli altri.

Secondo noi l’errore è fondamentale: abbiamo il diritto di sbagliare, così come abbiamo il diritto di essere corretti, rimproverati. Solo così si può crescere, migliorare: accettando di essere imperfetti.

La nota è un segnale: significa limitare il campo d’azione del bambino; significa dirgli: “stai sbagliando. Non puoi andare oltre”. Non è un’umiliazione, se utilizzata nel modo corretto. Non significa umiliare il bambino né i suoi genitori: significa, INSIEME ai genitori, mettere in atto un comportamento che aiuti il bambino a correggere il proprio comportamento.

Se, nel caso della nota per i compiti non svolti nelle vacanze, potremmo obiettare nel merito, nel caso in cui Laura e Claudia litighino, magari arrivando a parole pesanti o, peggio, alle mani, un’azione decisa è necessaria: serve un segnale congiunto, di maestra e genitori. La nota ha questo compito: unire due importanti attori dell’educazione in modo che possano dare una risposta efficace.

Purtroppo, quando si parla di questi argomenti, il buonismo dilagante ce li fa cogliere nei loro aspetti emotivi, quelli che toccano l’anima e ti fanno venire i lucciconi agli occhi. Così il giornalista del Fatto, che chiosa con frasi del tipo: Hai guardato negli occhi Michele, mentre scrivevi quella frase sul suo diario? Questa non è pedagogia: è populismo. E’ far leva sulla pancia dei lettori. E’ cercare di suscitare indignazione, sviando l’attenzione dalla reale questione educativa.

E’ vero: la nota ad oggi è utilizzata da molti insegnanti come uno strumento di umiliazione; questo è un fatto. E’ vero anche che parlare di genitori e insegnanti che insieme puntano ad un obiettivo è anacronistico nel nostro paese.

Ma non è depennandola dalla scuola che renderemo migliori le generazioni future. La strada – tutta educativa – è un’altra: riscoprire la cultura dell’errore, quella in cui si chiede scusa e si riparte. Forse, in Italia, abbiamo qualche problema ad ammettere i nostri errori e a scusarci. In questo senso serve una massiccia cura pedagogica.

a cura di Matteo Princivalle