Non ti fidare di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera

Brani scelti (Classici per l’infanzia): Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, 1883

CAP XIII – L’osteria del Gambero Rosso

Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo e principiò a sognare. E sognando gli
pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e
questi grappoli erano carichi di zecchini d’oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin, zin,
zin, quasi volessero dire «chi ci vuole, venga a prenderci.» Ma quando Pinocchio fu sul più bello,
quando, cioè, allungò la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all’improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l’oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata.
— E i miei compagni sono pronti? — gli domandò il burattino.
— Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.
— Perché mai tanta fretta?
— Perché il Gatto ha ricevuto un’imbasciata, che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai piedi,
stava in pericolo di vita.
— E la cena l’hanno pagata?
— Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate, perché facciano un affronto simile alla signoria
vostra.
— Peccato! Quest’affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! — disse Pinocchio, grattandosi il capo. Poi
domandò:
— E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
— Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno. —
Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni, e dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio che non ci si
vedeva da qui a lì. Nella campagna all’intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente, di tanto in tanto, alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all’altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale facendo un salto indietro per la paura, gridava: — Chi va là? — e l’eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: — Chi va là? chi va là? chi va là? —
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce
pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
— Chi sei? — gli domandò Pinocchio.
— Sono l’ombra del Grillo-parlante — rispose l’animaletto con una vocina fioca fioca, che pareva
venisse dal mondo di là.
— Che vuoi da me? — disse il burattino.
— Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro zecchini, che ti sono rimasti, al tuo
povero babbo, che piange e si dispera per non averti più veduto.
— Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini diventeranno duemila.
— Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito o sono matti o imbroglioni! Dài retta a me, ritorna indietro.
— E io invece voglio andare avanti.
— L’ora è tarda!…
— Voglio andare avanti.
— La nottata è scura…
— Voglio andare avanti.
— La strada è pericolosa…
— Voglio andare avanti.
— Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono.
— Le solite storie. Buona notte, Grillo.
— Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini. —
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un tratto, come si spenge un lume
soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima.