Nel nostro paese, l’intelligenza emotiva è ancora molto sottovalutata: tanti la ritengono una “fissazione per asociali”, prendendo come riferimento quei paesi del Nord Europa in cui l’empatia è addirittura una materia scolastica. C’è una convinzione comune secondo cui l’intelligenza emotiva sia innata e si sviluppi in modo naturale, senza alcun bisogno di studiarla o affrontarla in spazi e tempi appositi.

Eppure, non è così. Un tempo lo era: le famiglie trascorrevano molto più tempo insieme e avevano molte meno risorse economiche. La relazione diventava l’unica grande ricchezza di una famiglia. I ragazzi trascorrevano la maggior parte del loro tempo giocando con i propri coetanei: attraverso i loro giochi, anche quelli più rudi, imparavano preziose lezioni di collaborazione ed empatia.

Oggi non è più così: basta riflettere con onestà sull’effettiva quantità di tempo che trascorriamo in famiglia (senza la barriera di telefoni, tv e videogiochi) e sulla quantità di tempo che ai bambini è concesso trascorrere con i loro coetanei per capire che c’è stata una trasformazione radicale. John Gottman in “Intelligenza emotiva per un figlio” e Daniele Novara in “Non è colpa dei bambini” lo hanno capito e lo spiegano bene. Questa rivoluzione nei costumi di vita delle famiglie e dei bambini hanno stravolto il modo in cui veniva trasmessa l’educazione emotiva.
E ha reso più complicato il lavoro di mamma e papà: oggi, per crescere dei bambini sereni, dobbiamo necessariamente affrontare il tema dell’intelligenza emotiva.

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