5 ragioni per rispondere a un bambino che piange





Sempre più spesso, ultimamente, ci sono svariate teorie pedagogiche che suggeriscono ai neogenitori di non rispondere sempre al pianto del proprio bambino e, anzi, di lasciarlo piangere in modo da abituarlo all’autonomia o, peggio, per non “viziarlo”. Ecco, oggi vorrei fare un po’ di luce su quanto sia deleterio appoggiare in maniera precoce queste teorie, senza conoscere altre fonti, che sono la maggioranza, sugli effetti negativi, a medio e lungo termine, nei bambini che non vengono consolati.

Risultato immagine per bambini e pianto

Non è vero che, a un certo punto, i bambini che piangono e non ricevono risposta si calmano da soli. Purtroppo si rassegnano e, per sfinimento, smettono di piangere, coltivando in loro il triste sentore di non essere ascoltati.

Risultato immagine per astronave e paese straniero

Immaginiamo di essere rapiti da un’astronave e portati in un paese straniero, dove non conosciamo nulla e nessuno e dipendiamo da altri per tutti i nostri bisogni primari e, soprattutto, per sentirci sicuri in questo posto straniero. Immaginiamo che, a un certo punto, sentendoci a disagio per qualsiasi motivo ( freddo, sonno, fame, mal di pancia) non sentendoci capiti, iniziassimo a piangere e restassimo ignorati. Come ci sentiremmo? Perché per noi adulti dovrebbe essere più importante essere compresi, rispetto a un neonato? Il pianto è una reazione universale conosciuta da tutti gli adulti e non c’è ragione di pensare che per i bambini sia diverso.

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Il genitore ha la RESPONSABILITA’ di occuparsi del bisogno di tranquillità del bambino. Quest’ultimo non è un bisogno secondario, soprattutto nei primi mesi di vita di un neonato. E’ fondamentale rassicurarlo nelle braccia della mamma, senza che ella subisca le solite recriminazioni perché lo tiene “troppo” in braccio o perché “così non si abitua a stare nella culla”. Ogni madre ha il diritto di amare il suo bambino senza questa ansia, oggi più frequente che mai, che certe azioni possano viziare il bambino.



Non importa quanto bene vogliamo al bambino, lui può solo capire le manifestazioni esplicite del nostro amore.

5 ragioni per rispondere a un bambino che piange:

  • Le prime manifestazioni del neonato sono modalità non verbali. Se quando sorride riceve una risposta e quando piange viene ignorato, il bambino riceve il messaggio distruttivo che è amato e visto soltanto quando è contento. I bambini che continueranno a ricevere questo messaggio, nel tempo, non riusciranno mai a sentirsi veramente amati e accettati.

 

  • Il pianto, come le altre manifestazioni, ha bisogno di ricevere una reazione adeguata e positiva, affinché il bambino capisca che tutte le sue emozioni sono accettate. Se quest’ultime non vengono accolte, il bambino riceverà il messaggio che tristezza e rabbia sono sentimenti inaccettabili e quindi vanno nascosti o repressi. Questo, ovviamente ha effetti deleteri sulla costruzione della personalità e la possibilità di gestire stress ed eventi negativi, da adulti.

 

  • La rabbia che non si è capaci di esprimere nella prima infanzia non scompare nel nulla: diventa repressa e col passare degli anni si accumula. Interessante è verificare come sia veritiero, in questi casi, il principio psicologico secondo cui ” la frustrazione porta all’aggressività”.

 

  • Quando un bambino impara dall’esempio dei suoi genitori che è giusto ignorare il pianto di un neonato, tratterà i suoi figli nello stesso modo, a meno che non si verifichi un evento propizio che interrompa questa catena e cambi questo modello deleterio che, purtroppo, si tramanda di generazione in generazione.Risultato immagine per bambini e pianto

 

  • Il pianto è un segnale fornito dalla natura per richiamare l’attenzione ed essere ascoltati, soprattutto per i neonati che hanno bisogno della risposta dei genitori per calmarsi. Madre natura non avrebbe mai dotato i bambini di un richiamo ricorrente senza motivo!

Quando, come genitori, ci interroghiamo sul perché un bambino sia maleducato, dovremmo chiederci: “Io mi sento di collaborare se qualcuno mi tratta bene, oppure se mi tratta nel modo in cui ho appena trattato mio figlio?”

Chiara Cupini, Pedagogista ed educatrice