Il problema di educare alle emozioni

Cosa significa educare alle emozioni e all’affettività? Questo problema è particolarmente sentito nell’ambito dell’educazione, che da anni propone progetti e letture finalizzati a stimolare la consapevolezza emotiva.

EDUCABILITA’ AFFETTIVA

E’ possibile educarci all’affettività? Certamente sì, altrimenti agiremmo come animali, in preda a passioni primitive. Del resto, affetti ed emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita.

Rimane il problema di come parlare di educazione affettiva senza trascurare il ruolo della ragione ma, al contempo, mettendo al centro le emozioni.

Un modello possibile è quello a due stadi, secondo cui l’affettività passa attraverso un movimento istintivo e puramente emotivo ed un secondo, più ponderato, in cui entra in gioco l’elaborazione razionale. Questo modello, di ispirazione cognitivista e neostoica, è un’ottima base di partenza per realizzare un percorso di educazione emotiva.

COSA DICONO LE NEUROSCIENZE

Il modello delle emozioni a due fasi (il primo movimento istintivo e il secondo mediato dalla ragione) ha trovato più di una conferma nelle neuroscienze.

Gli studi sulle reti neurali, infatti, mostrano che nei fenomeni emozionali entra in gioco un doppio circuito neurale (Ledoux, 1999): il primo è rapido e diretto, e va dai centri subcorticali (talamo e amigdala) alla corteccia; il secondo è indiretto e più lento del primo e fa rimbalzare lo stimolo dai centri subcorticali alla corteccia e da qui nuovamente ai centri subcorticali (Baldacci, Trattato di pedagogia generale, 2012).

Questo significa, come ipotizzato dal modello a due stadi, che di fronte ad uno stimolo abbiamo una prima reazione istintiva e rapidissima che viene corretta in un secondo tempo, grazie ad un’elaborazione più accurata e razionale.

EDUCHIAMO ALLE EMOZIONI, SENZA DIMENTICARE IL CONTROLLO!

Partendo dal presupposto che la prima reazione emotiva è istintiva e non governabile, sarà sufficiente permettere al bambino o al ragazzo di conoscere le varie emozioni, in modo da non spaventarsi di fronte ai propri processi neurobiologici.

Esistono un’infinità di albi che presentano ai ragazzi le varie emozioni, ma, più semplicemente, è la vita quotidiana che ci mette di fronte ad esse. Per cui, bene farle conoscere, ma è inutile esagerare su questo fronte con “storie emozionali” e quant’altro.

Bisogna lavorare, invece, sul secondo stadio, quello dell’elaborazione razionale delle emozioni: in tal senso, è possibile insegnare sia a controllarle (qualcuno storcerà il naso, ma controllare le proprie emozioni è doveroso!) sia a conoscerle meglio e a correggerle laddove ci portano sulla strada sbagliata.

A questo livello è possibile lavorare, a casa e a scuola, attraverso attività di gruppo, confrontandosi e discutendo sui casi reali. La situazione ottimale è quella in cui i bambini diventano consapevoli della necessità di governare le proprie emozioni e ci provano attivamente (questo percorso, idealmente, dovrebbe durare per tutto il ciclo scolastico).

Non esiste alcun fondamento scientifico alle teorie (popolari ed ingenue) secondo cui le emozioni andrebbero assecondate e considerate come pura espressione dell’animo umano. Si tratta di meccanismi psicobiologici che, come tutti gli altri, è giusto conoscere e governare.

BIBLIOGRAFIA:

  • Baldacci M. (2012), Trattato di pedagogia generale, Carocci
  • Ledoux J. (1999), Il cervello emotivo, Baldini & Castoldi