A caccia di pupazzi mangia-paura!

Dopo il grandissimo successo del nostro articolo sui pupazzi mangia-paura, abbiamo capito che c’erano tanti bambini (e genitori) bisognosi del loro mostro da compagnia. Così, abbiamo attraversato i deserti, scalato le montagne più impervie e attraversato gli oceani alla ricerca di chi produce queste creature.

Poi abbiamo scoperto che non abitava troppo lontano da casa! E l’abbiamo intervistato, anzi intervistata, per voi!
Siamo lieti di presentarvi Roberta Cibeu, proprietaria di Mostri113, il laboratorio artigianale che sforna i pupazzi mangia-paura.

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La miglior fabbrica di mangia-paure!

 

Intervista: i pupazzi mangia-paura, dall’idea alla fabbrica

Perché proprio dei pupazzi mangia-paure? Che significato hanno quei mostri per te?

I mostri113 sono pupazzi mangia-paura, ma non solo, sono alleati per superare non solo le paure, le preoccupazioni o le angosce, ma ogni emozione limitante. Con Mostri113 mi propongo di entrare in punta dei piedi nelle vite delle persone, dando loro uno strumento attivo che li aiuti a trasformare quel lato oscuro delle emozioni che appesantisce i cuori e frena il progresso. Mostri113 nasce dalla mia esigenza di unire la mia passione nella comprensione delle dinamiche dei rapporti e delle emozioni, con il mio costante bisogno di creare, manipolare la materia, abbellire ciò che mi circonda. Soprattutto nasce da un’esperienza di vita, da una modalità di vedere le cose molto intima e personale, che ha coinvolto me come donna, figlia e madre.

Il termine “mostro” deriva dal latino “mostrum“, che significa portento, prodigio. “Mostrum“, a sua volta, deriva da “monere“, cioè avvertire, mostrare una via da seguire. I Mostri113 mostrano, quindi, la via per uscire da un’emozione limitante, che non ci permette di proseguire per la nostra strada. A livello più intimo, i Mostri113 sono stati la rappresentazione della mia capacità di ascolto nei confronti di mio figlio: una capacità insita in ogni persona, ma spesso confusa o non sviluppata al meglio.

mangia-paura bambini: mangia paura del buio

Sono bellissimi, ed hanno una funzione ben precisa!

Da bambina avevi un pupazzo mostruoso a tenerti compagni

Da bambina ero poco interessata, in generale, ai pupazzi e alle bambole. Ero molto attiva, vivace, poco “femminile”, secondo gli stereotipi di genere a cui io do, effettivamente, poca rilevanza tuttora. Ero una bambina molto curiosa, che si interrogava su questioni forse troppo adulte per la sua età… Ero molto fantasiosa, avevo un mondo interiore ricco di dettagli, costruivo storie nella mia mente, delle quali ero protagonista. E dovevo sempre fare qualcosa, con qualsiasi materiale mi capitasse a tiro, fossero anche solo foglie e rametti.

Il Mostro113 è comparso nella mia vita, invece, da mamma, quando ho perso la mia, di mamma. Era l’amico immaginario di mio figlio, che all’epoca aveva 3 anni e mezzo. È stato l’elemento che ci ha uniti nel dolore e, nel contempo, lo strumento per uscirne, assieme.

Mostri e bambini. Secondo te è un’accoppiata che funziona?

Mostri e bambini è un’accoppiata che funziona. In generale mostro-persona lo è: siamo tutti un po’ attratti dalle forme diverse, leggendarie e straordinarie. I bambini a maggior ragione. Loro amano stupirsi e sono naturalmente affascinati da ciò che temono. Hai mai notato la naturale propensione dei bambini a guardare e riguardare una scena spaventosa di un film, come a voler esorcizzare e interiorizzare quell’emozione forte e nuova, fino a poterla “maneggiare” con competenza?

Ecco, i mostri, scevri degli stereotipi di bellezza tipici degli oggetti dedicati ai bambini, rappresentano un bisogno: quello di essere liberi di essere se stessi, nella rappresentazione della propria diversità.

pupazzo mangia-paura rosso

Con il suo mostro, un bambino può sconfiggere la paura più facilmente: ha un alleato dai poteri magici!

Come hai iniziato?

Come gli inizi più significativi, è cominciato tutto da un grande dolore: un lutto, la perdita di mia madre, in tempi molto brevi, senza avere il tempo di realizzare e prepararsi… Se ci si può preparare, mai, ad una tale perdita…

Lei era una mamma ed una nonna molto presente nella nostra vita. Quando è mancata, il mio bimbo, che aveva 3 anni e mezzo, ho iniziato a raccontarmi del suo amico immaginario: un mostro in grado di mangiare i mostri cattivi della notte. Ne parlava con una tale naturalezza, da farmi percepire la sua presenza. Mi descriveva questo amico, che cambiava forma ed aspetto ogni volta che ne parlavamo. Mi raccontava delle loro avventure e mi forniva, intanto, una chiave per comprendere ciò che stava vivendo: la tristezza, il senso di abbandono, la perdita.

Un giorno gli ho chiesto come si chiamasse questo mostro buono: mostro113 mi rispose. Strana coincidenza che fosse il numero che si digita per chiedere aiuto, no? Questo dettaglio non mi era certo sfuggito, così, quando mi disse: “mamma, fammi il mostro!”  ho sentito di doverlo assolutamente accontentare. È nato così il Mostro113, quello che oggi chiamiamo NumeroUno: uno sgorbietto verde, di panno, con gli occhi rossi a bottone, scelti tra molti, suddivisi per forma e per colore, trovati in una scatola che apparteneva a mia madre.

Mio figlio se lo portava ovunque, anche alla scuola materna, dove aveva incuriosito le maestre e i compagni. Ed è così, che le persone hanno cominciato a chiedermi di che cosa si trattasse e che, dopo aver messo mio figlio a dormire, io sentissi l’esigenza di creare altre creature mostruose. Prima per gioco, poi per altri bambini, alla fine, come nelle storie più belle, per lavoro.

Come si sta evolvendo la tua attività?

Come dicevo, da un gioco, è nato un lavoro. La mia creatività, unita dalla mia curiosità ad esplorare il mondo delle emozioni e delle dinamiche umane, si sono fusi in questo progetto. Poi, appena compiuti i 40 anni, ho perso il lavoro. Con un bimbo da crescere, un mutuo da pagare e mille spese da affrontare, non potevo certo permettermi di deprimermi. Ho colto la palla al balzo, convinta di dover realizzare il mio sogno in nome anche di mia madre, e per mio figlio, perché in fondo è grazie a loro che posso fare questo mestiere.

Molte fortunate coincidenze (saranno coincidenze?) mi hanno permesso, a gennaio dello scorso anno, dopo aver partecipato a un po’ di mercatini artigianali ed aver avuto successo, di aprire il mio LaboNegozio, nella zona artigianale della mia città, Trieste. Tra l’incredulità di certi e l’incitamento di altri, mi sono dedicata a Mostri113, che a livello locale, è ormai conosciuto. Ho una pagina Facebook, che curo personalmente e sulla quale ricevo ormai richieste da tutta Italia. Al momento sto progettando il sito con uno shop, per poter seguire meglio i clienti non locali. Vi si potranno acquistare i mostri113 e seguire gli sviluppi del progetto, che sta assumendo connotazioni diverse e approfondite, grazie alla collaborazione con educatori, pediatri e genitori.

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Se qualcuno volesse ordinare uno dei tuoi mostri? E’ possibile farseli fare “su misura”?

Ci sono già una ventina di modelli di Mostri113, tra i quali scegliere, partendo dall’emozione da ribilanciare: dal generico Mangiapaure, al Mangiabua, al Mangiabuio, al Mangiatristezza, al Mangiarabbia o al Mangiaansia, e così via. L’aspetto più interessante e divertente, però, è quello della personalizzazione del proprio mostro. Partendo dal racconto che mi viene fornito, il mio compito è quello di tradurre il linguaggio emotivo in un manufatto unico che racconti la storia del richiedente, per farne uno strumento unico e personale per affrontare e superare i propri limiti.

Un mostro che…prende vita!

Mi permetto di aggiungere qualche informazioni in più

Premesso che ogni mostro113 rappresenta un alleato per il bambino (ma non dimentichiamo gli adulti, anch’essi bisognosi del loro mostro), la scelta del mostro avviene sia attraverso una connessione empatica con il pupazzo, che associando il proprio bisogno emotivo alla funzione del mostro113 scelto.

Una volta scelto il proprio mostro113, il mostro va attivato, attraverso un piccolo rituale magico che il bambino dovrà fare assieme ai genitori. Ci sono tre passaggi da seguire, che hanno lo scopo di creare una relazione tra il bambino e il suo mostro113 e di permettergli di comunicare ai genitori il proprio bisogno. Il rituale è fondamentale, affinché il bambino non usi il pupazzo come un giocattolo, perché di fatto non lo è. Si tratta di uno strumento di comunicazione verbale ed emotiva tra genitori e bambino o tra sé e sé. Il bambino dovrà anche prendersi cura del mostro113: più cura ne avrà, più il suo pupazzo sarà magico.

Io stabilisco sempre un contatto con i miei “clienti”, che mi vengono a trovare o mi scrivono, condividendo i loro successi, mandandomi ringraziamenti, foto, abbracci virtuali. È sempre appagante e commovente ricevere buone notizie e sapere di aver innescato un processo positivo, anche se, ricordiamoci, la vera magia la fanno i bambini e i genitori!

Chiara, la pedagogista di Portale Bambini, ha suggerito queste istruzioni:

Prima di tutto, possiamo scegliere un nome per il nostro amico speciale, perché si sa che anche ai pupazzi, se si da un nome, assumono un valore diverso anche per i bambini, perché li riconoscono tra gli altri, dandogli così un valore diverso.

Poi, iniziamo a farli familiarizzare con questo nuovo amico, mettendoci in gioco noi mamme o educatrici per prime, scrivendo una nostra paura su un fogliettino ( meglio se colorato) e mostrando ai bambini come, aprendo la zip, il nostro amico speciale mangia la nostra paura e invitiamo  a fare lo stesso!

Alla fine, riponiamo il nostro pupazzo speciale in un luogo diverso dagli altri giochi, proprio per avvalorare ancora di più la sua funzione e per far comprendere ai bambini che, attraverso questo “amico” possiamo parlare di paure, possiamo scriverle e vederle, tanto poi le mettiamo nella sua bocca così simpatica e spariscono !

Vogliamo segnalarvi la pagina facebook di Mostri113, dove potete trovare tante altre foto di questi mostri e che vi dà la possibilità di contattare direttamente Roberta o di ordinare il vostro mangia-paure. 

 

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